L'INFINITO DEL VERBO ANDARE

di Lidia Riviello

 

33 brevissimi racconti, 33 modi di parlare dell’altro e di come siamo altri noi rispetto a chi ci guarda.

In questo smilzo volumetto della Arlem editore, la giovane autrice piega la sua ricchezza linguistica ad una ricerca curiosa e un po’ senza meta apparente sull’incontro delle culture diverse, una ricerca sensibile, che passa attraverso gli occhi, il naso, le mani, le orecchie, i piedi.

Già, i piedi, perché L’infinito del verbo andare è come dire andare all’infinito, ed ecco quindi che i piedi, le suole, le scarpe, diventano metafora del viaggio, dell’esplorazione, del ricordo.

“Bionde si nasce, non si diventa. Son diventata bionda”.

La Riviello si dice e poi contraddice, seguendo il mondo, guardandolo da un passo prima, ridendo delle sue maschere, ma accettando sempre e comunque di stare al gioco, ancora per un po’.

Sorpassato il momento della frammentazione dell’io, perso, confuso e un po’ inerme davanti all’improvviso vorticare della Storia, l’autrice fa tabula rasa di quella che un tempo si sarebbe chiamata la sua “sovrastruttura”, e ci restituisce una identità integra e cosciente di sé, che si accresce lasciandosi depositare addosso le tracce dell’alterità, si tratti di sesso, cultura o religione.

Da sempre affascinata dal mondo arabo infatti, che occhieggia da molte pagine del suo libro (d’altronde si è occupata a lungo della letteratura d’emigrazione), l’autrice non teme di affrontare anche argomenti scomodi, come l’omosessualità femminile, che viene fotografata in una istantanea di alto lirismo in Vado a cercare il libero arbitrio, o i matrimoni “di convenienza”, foglio di via, per alcuni extracomunitari, per ottenere un permesso di soggiorno (L’immigrato è come il pesce, dopo due giorni puzza).

Nello stesso modo si parla di ebrei, di filippini, di curdi, di polacchi, di africani. Poi, ci sono i tedeschi, gli inglesi, i danesi, i giapponesi perché, come si dice, Non è vero che gli stranieri sono tutti uguali...

Con un occhio particolarmente critico nei confronti della cultura occidentale, la scrittrice rovescia il cielo e fa impazzire la bussola, confondendo il nord con il sud, l’est con l’ovest, senza minimamente essere sconvolta da tali inversioni.

In questo senso la sua scrittura appartiene all’Italia solo per un caso, in quanto la terra sotto i nostri piedi ha sempre lo stesso odore, ed è necessario imparare ad essere “vasi” in cui accogliere la voce degli altri “Comunque ce ne andiamo via da noi. Io vado verso casa convinta che resterò una gajin (straniera) per sempre”

L’altrove ci viene raccontato attraverso la memoria e noi lo viviamo attraverso le esperienze di chi lo ricorda, facendocene dono.

La parola significa, nelle sue pagine, si espone in prima linea, viene sviscerata nel significato e nel significante; ecco quindi l’attenzione ai nomi, di persone, strade, cibi, come se essi rappresentassero non più solo come fonemi, ma fossero carichi di altre esperienze sensoriali.

Gael e Karim guidano il lettore in uno dei possibili sentieri narrativi, incrociando le loro strade e, talvolta, quelle del lettore stesso, che si rifletterà in una delle tante storie racchiuse in questo libro.

 

(Pubblicato sul sito www.rivistaorizzonti.net)

 

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