LATTE
di Christian Raimo
“Che noi siamo il colloquio e la nebbia”.
Così si apre Ricorrenze, il primo degli otto racconti che compongono “Latte”, opera prima di Christian Raimo.
Dopo aver assorbito l’esperienza di Bukowski e Wallace, che ha tradotto per la Minimum Fax, Raimo reinventa il suo mondo interiore e ce lo propone con grande naturalezza, con uno stile un po’ sommesso e schivo che non riesce però a nascondere la forza narrativa, la tecnica e il “labor limae” che c’è dietro.
“La mappa dei viaggi del papa era una chiave. Il tracciato fonico dei principali jingle pubblicitari era una chiave. La posizione delle tombe nel cimitero ebraico era una chiave”. La prima cosa che colpisce di Raimo è la assoluta disinvoltura con la quale battezza le parole a nuovi significati, proponendo accostamenti inediti e rifondando una nuova ermeneutica che ci viene suggerita di volta in volta.
Nei suoi monologhi, nei dialoghi spezzati, Raimo parla anche a se stesso, e, attraverso la scrittura, indaga e racconta la sua generazione di trentenni, che nulla ha a che vedere con quella un po’ volutamente stereotipata di Muccino.
C’è il gemello “stupido”, che cerca di allargarsi tanto da occupare lo spazio lasciato vuoto dal fratello morto, lo studente di filosofia testimone di un pestaggio che a stento viene creduto dalla polizia, il ragazzo che fa finta di essere sparito per amor di audience, la compilatrice di data-entry che rimane incinta del ragazzo della sua migliore amica…
Attraverso le sue storie, l’autore racconta un po’ la sua storia, che si fa esemplare di quella di tanti ragazzi e ragazze di oggi, scavando in un passato comune fatto di figurine Panini, di New Team, di Talatta Talatta, ma, a dispetto di tante sindromi di Peter Pan, l’ultimo racconto, Quel fiore siete voi, sembra quasi voler sancire un desiderio di chiusura di un periodo, un addio alla giovinezza, una presa di coscienza che la vita pretende di scorrere, e lo fa senza chiedere il permesso.
Sembra quasi che Raimo guardi il mondo attraverso le lenti dei suoi occhiali, ritraducendolo e lasciandosi stupire, non prestando attenzione ai destini generali, alle magnifiche sorti progressive, ma, come in una sorta di neoarcheologia metropolitana, al terzo lato della medaglia, alle piccole cicatrici non viste, alle migliaia di cremini che disseminano se stessi lungo i cigli bui delle strade di campagna.
“E ho scritto con la matita sul muro Liberatevi, anche se mi sembrava un po’ patetico e presuntuoso”.
I personaggi di Latte, tutti, indistintamente, vogliono essere liberi, ma non si ribellano alla società in maniera cruenta o teatrale: non sono eroi; al contrario, hanno paura, non si vergognano di far parte della normalità che molti disdegnano, ma attraverso la loro scelta di coerenza, riescono ad essere molto più trasgressivi e dis-obbedienti di quanto sarebbero con le armi in pugno: la loro forza è nella loro innocenza, sono irraggiungibili perché sono puri.
La purezza, forse, è la chiave di tutto il libro, una purezza che non è monolitismo, ma congruenza: “Chi è Martina?” è la domanda, ma se la rosa profumerebbe lo stesso anche avendo un altro nome, non importa dannarsi per cercare di essere una Martina ideale, ciò che conta è accettarsi per come si è.
“Ora, dopo dodici anni, sai cosa è successo? Che quel fiore sta ancora lì, che magari è cresciuto su una terra radioattiva, che magari ha il DNA ricombinato ed è stato programmato apposta per resistere nel deserto, insomma non è più quella cosa pura ed essenziale che ha sempre simboleggiato un fiore per millenni, e allora? Che cosa vuoi fare distruggere i fiori perché forse non sono puri ed innocenti come vorresti? E tenerti il deserto?”
Un libro profondo e delicato, che dà fastidio per la sua schiettezza, ma che, sicuramente, non lascia indifferenti.
Christian Raimo, Latte, Minimum Fax.
(Pubblicato sul sito www.rivistaorizzonti.net)