I TENENBAUM
di Wes Anderson, con G. Hackman, A. Huston, B. Stiller, G. Paltrow
Ovvero come anche i geni, da grandi, si deprimono.
Una famiglia, madre, padre, 2 figli + 1 (adottata), tre prodigi, un “bambino” d’affari, un campione di tennis, una drammaturga che la separazione dei genitori fa sprofondare nella depressione.
I Tenenbaum è una commedia nera, genere che più di tutti rischia di cadere nel patetico, ma Wes Anderson, trentaduenne texano innamorato di New York, è un buon equilibrista, che riesce a dosare i momenti drammatici fondendoli abilmente con battute e situazioni esilaranti.
La scena si svolge a Manhattan, 20 anni dopo la scomparsa di quel padre mascalzone che nel frattempo ha dissipato una vita e una fortuna appresso ad alberghi di lusso e belle donne e proprio nel momento in cui ha toccato il fondo e scopre che la moglie sta intrecciando una relazione col suo commercialista (nero, per giunta!) decide di fingersi malato terminale e tornare nell’alcova.
Troverà tre figli a pezzi, uno, innamorato della sorellastra che, lasciati i campi da gioco, passa le sue giornate a vagare da un polo all’altro su improbabili navi, l’altro, che dopo la morte della moglie in un incidente aereo ha coinvolto i figli nella sua pirofobia, la terza che, abbandonata ogni velleità artistica vive nella vasca da bagno nascondendo a tutti il suo tabagismo.
L’improvviso ritorno di Gene Hackman li costringerà nuovamente tutti a casa ad affrontare il loro passato.
I Tenenbaum è un film letterario, che si articola in capitoli, esattamente come un libro, ma è anche un fumetto e un cartone cartoni animato. I personaggi, infatti, sono macchiette che vestono tutti uguali tra loro e sempre uguali a se stessi (esemplare è la scena finale del matrimonio): Stiller è la sua tuta da ginnastica rossa, così come le cravatte appese all’armadio sono lo spettro di quello che sarebbe potuto diventare, nello stesso modo, la Paltrow diventa la sua pelliccia beige 4 stagioni che indossava a 12 anni e che, nel frattempo, è diventata solo un po’ più corta.
Anjelica Huston, dopo la Famiglia Addams, è ancora una volta eccezionale nel ruolo di madre di piccoli mostri, Gene Hackman, in uno dei pochi ruoli “leggeri”, sfodera una verve comica inaspettata, così come grande merito va alla Paltrow, che per la prima volta si ricorda di essere un’attrice, e attraverso i suoi silenzi e dietro il fumo delle sue eterne sigarette, mimetizzata negli angoli bui, da corpo alla fragilità.
Wes Anderson riesce mirabilmente a porre l’attenzione su tutta una parte della psiche umana, dalle nevrosi alla paura di crescere come solo Woody Allen è riuscito a fare, mettendo a nudo un aspetto della società, quello dei bambini prodigio, che è parte integrante del consumismo.
Cosa accade infatti a coloro che a 16 anni hanno già percorso tutte le tappe del successo? Chi si ricorda più dei piccoli attori e sportivi, delle migliaia di cantanti e scrittori-bambini?
Alcuni vengono “riciclati”, altri finiscono nel dimenticatoio.
E su tutto questo si innesta il perbenismo americano, il desiderio di voler, comunque, apparire “puliti”, politically correct, e, in un certo senso, anche il regista alla fine cede alla tentazione, e se tra i due fratellasti scoppierà la grande storia d’amore (ma durerà?) sotto la tenda da campeggio in salotto, Royal Tenenbaum firmerà il divorzio, e, nel frattempo, avrà rimesso insieme la sua sconquassata famiglia.
Un film per chi ha voglia di ridere ma anche di riflettere, esaltato da dialoghi di grande intensità:
Nell’anticamera dell’ospedale, al capezzale del fratello, aspirante suicida, la Paltrow si accende una sigaretta.
Huston : Tesoro, da quanto tempo fumi?
Paltrow: Da 22 anni, mamma.
Huston . Bè, ti fa male, dovresti smettere.
Un film insomma di ironia e disincanto, che come tutte le cose buone è adatto un po’ per tutti, dipende solo dall’occhio con il quale lo si guarda.
(Pubblicato sul sito www.rivistaorizzonti.net)