PANIC ROOM
di David Fincher, con Jodie Foster e Forest Whitaker
Una ragazza diabetica, una donna in odor di claustrofobia, una bunker d’acciaio e, naturalmente, tre ladri che vogliono entrarci. Questi sono gli ingredienti che sono alla base di Panic Room, uno psico-thriller cupo e teso, sorretto dalle interpretazioni, come al solito straordinarie, di Jodie Foster e Forest Whitaker.
David Fincher, dopo Seven, The game e Fight Club, propone l’ennesima metafora del gioco, una partita di scacchi in cui il confine tra la sfida e la vita è labile e letale da oltrepassare.
In effetti, soprattutto rispetto a Fight Club, costellato di immagini subliminali e risolto in un finale destruens, Panic Room è molto più fedele ai cliché del genere, a partire dalla solita contrapposizione etnico-sociale, bianchi vs neri e ispanoamericani, alla conclusione che stupisce per la sua ovvietà.
Il film si apre presentando le due donne madre e figlia, che visitano la loro nuova casa di Manhattan e il suo cuore blindato. La Panic room è infattiuna stanza posta al centro delle case di coloro che si vogliono difendere dai ladri che penetrano nelle loro abitazioni. È dotata di un circuito interno di video che permettono di controllare i movimenti dei malviventi, di generi alimentari e medicinali di prima necessità e di una linea telefonica dedicata, collegata direttamente con la polizia. Naturalmente, la Foster non ha ancora attivato questa linea e questo è il non indifferente particolare che darà il via al gioco. Quando, durante la prima notte di permanenza, assistiamo ad un lungo ed emozionante piano sequenza con il quale vengono ripresi le manovre dei tre malviventi che penetrano nell'abitazione, controllati dai monitor che seguono i loro spostamenti, ci rendiamo conto, guidati dall’occhio sapiente della telecamera, che si muove a volte flessuosa a volte rapida e incisiva, che quella torva ed inquietante stanza, dalle pareti scarne, costituisce l'unica isola di salvezza per Meg e sua figlia.
La prima parte della pellicola inchioda letteralmente alla sedia lo spettatore, grazie alle atmosfere di vago sapore Hitchcockiane e, soprattutto, alle numerose riprese in soggettiva, mutuate da Shining attraverso Baz Luhrmann, in cui, dopo tante spettacolarizzazioni, si vede un uso intelligente della computer grafica.
Purtroppo però la vicenda non riesce a reggere la tensione iniziale, per cui Fincher è costretto a creare situazioni sempre più improbabili per tenere alto il livello adrenalinico, per cui la sequenza conclusiva diventa un po’ troppo improbabile e l’intelligenza iniziale lascia spazio ai muscoli alla Terminator, con un paio di scene un po' forzate e al limite del realistico.
Probabilmente l’ultima inquadratura vuole anche essere una riflessione critica sulla reale necessità del surplus americano, e non è improbabile che tutto questo bisogno di protezione non sia del tutto alieno al senso di vulnerabilità che la società statunitense sta sviluppando negli ultimi mesi, ma, in ogni caso, certe cose da Fincher, l’uomo che ha riscoperto il valore palingenetico della violenza, nonce le aspettiamo proprio.
Mirabile, per coraggio e intelligenza dimostrata è la scena in cui la Foster riesce a disinnescare la trappola del gas architettata dai tre, come interessante è anche l’agone psicologico tra Burnham e Raul, sulla sorte da riservare alla ragazza in preda ad una crisi ipoglicemica, soprattutto se la si considera come anticipazione dell’erompere dei sentimenti di solidarietà e compassione che caratterizza la conclusione.
Comunque, nel complesso, è un film molto godibile, che, nonostante tante debolezze, riesce ad essere un buon prodotto d’intrattenimento, che, se pur lascia un po’ d’amaro in bocca per le scelte via via intraprese, da la sensazione di aver passato una piacevole serata.
(Pubblicato sul sito www.rivistaorizzonti.net)