Gabriele CECCHINI - Le anime meschine

 

Il mondo ritratto da Gabriele Cecchini sembra diviso in due categorie: gente che vive alle spalle di altri e gente che si affanna per vivere secondo gli stilemi imposti.

I primi sono le figure dei perdenti, degli outsider, sono coloro che affrontano la collettività per essere se stessi.

Sono gente come Carly, Saddy, Arthur, gente che la società espelle perché pericolosa, persone che in qualche modo, semplicemente, cessano di esistere.

I secondi sono persone come Matilda, Libby, Samantha, figure meschine che si annientano per piacere, e che alla fine perdono se stesse confondendosi con gli altri, appiattendosi al punto da diventare figure bidimensionali, macchiette.

Ma allora chi vive, se entrambe la categorie sono sconfitte, chi è che detta le regole, chi è che vive davvero?

Nessuno. La piccola umanità raccontata da Gabriele Cecchini è davvero piccina, formata da minuscole figure ritratte a tinte forti che si dimenano stringendo un vuoto infinito.

C’è chi questo vuoto lo cavalca, con l’arroganza, con la presunzione, con la crudeltà, e chi da questo vuoto viene schiacciato in profondità, in una anima che lotta per tenere accesa un fiammella di orgoglio.

Dal brusio di queste anime inquiete, volgari, meschine davvero si solleva però soltanto il silenzio.

Il silenzio di anime trafitte da un sistema che controlla e comanda, da una società che impone e dispone, quasi fosse una entità demiurgica e totalizzante.

Non c’è spazio di reazione, i sentimenti, il salvagente dell’umanità sono diventati strumenti di sfruttamento.

Con una grande ironia e con un certo gusto per la dissacrazione che Cecchini veicola in parte dal cinema di Almodovar, Gabriele racconta un mondo senza sogni.

Kafkiano per ambientazioni, paradossale nelle costruzioni, Gabriele racconta una allegra allegoria della morte civile, di figure che in fondo cercando disperatamente di bastare a se stesse, di campare con quel poco che gli è concesso.

Tutto viene ripreso dall’occhio cinico di Anime Meschine, i rapporti interpersonali, le amicizie, i colleghi, i vicini.

Persino la famiglia ha perso completamente il suo status e nel suo seno nascono rapporti al limite dell’incesto, privazioni affettive, rovesciamento di ruoli tra padri/madri, suocere/amanti, madri/matrigne.

La sessualità si fa poi merce, vizio, paura, privazione.

Ecco quindi il punto di non ritorno, il disconoscimento dell’uomo in quanto tale, la decadente e grottesca festa il teatro della finzione.

Alziamo quindi i calici e brindiamo al nuovo giorno, prima che il marcio seppellisca anche le nostre ossa.

 

 

 

(Proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)

 

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