Omar GAMBA - Mario il chitarrista

 

Mario è un ragazzo semplice, un ragazzo un po’ timido e neanche tanto bello. Un ragazzo che non va neppure tanto bene a scuola. Mario è un essere puro, che si scontra quotidianamente con un mondo che non comprende e al quale si rende conto di poter soltanto assomigliare.

Non ha i soldi per essere un paninaro, va appena un po’ meglio con l’estetica grunge.

Mario cerca la sua via. La troverà un giorno, nella chitarra.

Ma la troverà come si trova qualcosa cui si è destinati, lui che alle medie non sapeva neppure leggere la musica. La troverà perché deve.

Romanzo delle perdita e del ritrovamento, delle certezze volute per fato o per necessità, o forse per una forma di disegno divino imponderabile e imperscrutabile, Mario il chitarrista si muove attorno alla figura di Mario.

Mario, sole del suo mondo, eppure pianeta oscuro e isolato, si moltiplica in mille figure in questo romanzo.

Come un novello Pereira infatti, Omar Gamba non tralascia mai l’attenzione dalla sua creatura: il mondo viene visto, analizzato e filtrato dagli occhi di questo ragazzo e pur essendo un racconto in terza persona, Mario il Chitarrista si offre come un bio-pic, un documentario sull’esistenza di una persona sola.

Ma chi è davvero Mario? Non è certo un ragazzo comune, e non è neppure una figura esemplare. Mario è forse l’icona della ricerca, il simbolo di tutti quei ragazzi che in qualche modo non si sono fatti assoggettare dal sistema, pur desiderandolo.

Questa è l’aspetto più interessante di Mario, che non è outsider per scelta, ma in qualche modo per la non volontà del mondo di accettarlo.

Mario non riesce ad entrare nel mondo dalla porta principale, e prova a entrarci dalla finestra, con i capelli sporchi al posto della gelatina, con le sigarette, con il suo amoreggiare convulso e frettoloso, ostentato agli occhi degli altri.

Non lo fa per se stesso ma per gli altri… Non trovando una sua dimensione, mario tenta di vivere le vite degli altri, si sdoppia, si moltiplica, si frantuma. Fino ad uscire fuori di sé.

Fino a riascoltare la voce più profonda della sua infanzia, e imbracciare la chitarra.

Ma solo quando comincerà a capire che la musica, la poesia e le altre arti richiedono il sacrificio dell’artista e non accettano di essere strumentalizzate, Mario finalmente riuscirà a trovare se stesso.

Apparterrà allora a un altro padrone, apparterrà alla musica, ma meglio che non appartenere neppure a se stessi.

Una favola quella di Mario il Chitarrista, scritta con mano leggera, che ricorda per tante cose il piccolo principe, che ripercorre quegli anni 80 e ’90 così strani per chi li ha vissuti, così pieni di incanto e disincanto, così eccentrici eppure così cupi.

Mario è colpevole della colpa più grande, quella di essere se stesso in un mondo che appaga solo l’estetica e l’apparire, ma in fondo in fondo, come si può non fargli ragione?

 

(Proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)

 

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