Giovanni DI GIAMBERNARDINO - Notturni vol. 4
Vi è una sorta di placida irrequietezza, di livore giovanile nelle poesie di Giovanni di Giambernardino, una dolcezza armata che si difende dal mondo.
La raccolta Notturni vol 4 vuole essere una provocazione, una moltiplicazione per zero del tutto. Ma se la matematica non ci aiuta, la logica paradossale può farlo: se tu hai tre mele e le moltiplichi per zero, sempre tre mele avrai, e non nessuna.
E così anche se l’asintoto della moltiplicazione infinita verso il nulla rischia di nullificare i nostri sogni, essi permangono, almeno fino a che vogliamo crederci.
Lo zero, il tondo perfetto, l’occhio che guarda, il serpente Uroboro che è inizio e fine calca le scene di queste poesie più di quanto forse non sembrerebbe a prima lettura: è il futuro, la carota sempre più lontana, è l’apocalisse passata è la Noia che ci si inchina.
Ma lo zero è il bianco giglio che spunta dalla neve, l’assenza dell’assenza, il silenzio immortale della morte.
Nello zero è racchiuso quindi tutto, perché il tondo rappresenta l’estasi transeunte, lo scorrere eterno, l’eterno andare.
Ma lo zero è anche in ognuna delle poesie di questa raccolta che va dal numero 00019 al numero 00133, come se lo zero fosse l’incipit di ogni cosa, come se prima di parlare fosse necessario cancellare ciò che c’è stato prima.
Un eterno inizio insomma, anzi una sequenza di inizi, inizi che si ripetono come la Marilyndi Warhol, uguale a se stessi ma sempre diversi.
Giovanni prova e spesso riesce a rendere la riproducibilità dell’arte nella poesia in un modo nuovo: non è più la stampa o la stampante che permette di riprodurre un soggetto in modo industriale, ma è il soggetto che si ripropone sempre uguale a se stesso eppure con valenze cromatiche sempre diverse.
Ma forse alla fine Giovanni si tradisce, quando dichiara il senso di queste poesie, il senso dell’assenza: il battito del sangue che vessa le bene dell’uomo.
Ebbene eccolo quindi il senso del vuoto, la sofferenza, l’elemosina di un sorriso: è al ricerca senza fine di una identità ancora in fieri, così compressa dalle tensioni del mondo, è il lampo puro ed eterno che riempie il petto, è l’amore che lacrima innocenza.
E poi c’è il resto: c’è la ritmica serrata, il cadenzare orgoglioso e fiero. Ci sono le anafore, che si moltiplicano per sottolineare i concetti, le allitterazioni, le epanalessi.
C’è uno studio attento della versificazione e una analisi semantica precisa.
Mancano le virgole, spesso, è vero, ma forse è per rompere gli schemi ed afferrare la profonda libertà.
(Proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)