Silvio DA RU' - Il celebre ignoto
Davide è un ragazzo normale: dopo il fallimento della sua storia d’amore con Nora, e soprattutto dopo essere stato a tanto così dal riuscire a realizzare il suo – il loro sogno – si è arrabattato come poteva col suo lavoro di attore.
Nella notte della vigilia di natale però, accede qualcosa che cambia la sua vita. Definitivamente.
Una telefonata nel cuore della notte, la corsa, inutile all’ospedale. La madre di Davide è morta per un infarto. Intorno al letto della morta si riunisce la famiglia, il fratello, Flavio e le sorella della defunta, che aspettano come avvoltoi di mettere la mani sul loro pezzo della piccola eredità.
E poi una giocata all’Enalotto. Un foglietto di carta, gettato per errore in una ricevitoria, dal valore di ottentotto milioni di euro.
Davide riesce a ritrovare il biglietto, ma nella tabaccheria avviene una colluttazione tra Davide e il titolare del negozio, che viene ritrovato morto in circostanze poco chiare.
Attorno a questo pezzetto di carta si muovono le fila del romanzo e dell’indagine sull’omicidio di Natale Commosso, una indagine che divine ben presto lo scheletro di un romanzo assai avvincente.
Ma non è un classico giallo Il Celebre ignoto, ma una astuta operazione intellettuale in cui si avvolge il lettore con la struttura, sempre vincente, dell’inchiesta, per aprire un mondo di considerazioni, opinioni, riflessioni sul mondo.
Riflessioni sui rapporti umani, troppo superficiali, sulla famiglia, che ha perso il suo valore centrale di punto di riferimento, sulle molteplici forme dell’amore.
E poi c’è la realtà, il gioco delle finzioni e delle parti. E l’avidità. C’è una frase che più di tutte mi ha colpito in cui Nora dice che avrebbe fatto di tutto per mettere le mani sui quei soldi, che era certa che la sorte non glieli avrebbe sottratti.
E riesce a pensare tutto questo di fronte a un uomo disperato, che ha ucciso per legittima difesa, che è stato tacciato, che si sente in profondità, un assassino.
E la colpa, come insegna Dostojewski, è un pungolo dell’anima, quello che trasforma ciò che si sente in ciò che si è.
Davide diventa un latitante per proteggere non più i suoi soldi, ma forse la sua coscienza. Per non accettare di fronte al mondo, il marchio di Caino.
Ma soprattutto, Il Celebre Ignoto, è una riflessione sul destino.
C’è chi dice che ognuno ha il suo destino, basta avere il coraggio di afferrarlo, di non essere così ciechi da non vedere le opportunità che ci offre.
E c’è chi dice che il destino ce lo costruiamo noi, con le nostre forze e con il nostro lavoro.
Silvio da Rù non ci da una risposta in tal senso, ci offre però lo spunto per guardarci dentro, per cercare di comprendere quale sia il nostro sogno, e chiederci quanto siamo pronti a scommettere ai dadi per noi stessi, e per realizzare quel sogno. E quanto siamo disposti a pagare perché quel sogno divenga realtà.
(Proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)