Antonio COLOMBO - La sabbia e la luna
Ci sono momento nella vita di un uomo in cui non ci si accorge di avere tutto.
Per una strana alchimia del destino, la consapevolezzadi quanto valgano le cose che possediamo si fa più concreta nel momento della perdita di esse, nel momento della loro assenza. La cognizionedella perdita diviene feroce strumento di conoscenza, mezzo che strappa il velo di Maya delle nostre presunte consapevolezze per restituircele con l’occhio di una diversa percezione.
Cesare è un uomo che ha ormai oltrepassato la boa dei 50. E’ un uomo che ha una bella famiglia e una posizione sociale. Cesare è un uomo che ha fatto una scelta. Che sia stata più o menoconsapevole, la scelta di Casare è stata quella di puntare tutto sul proprio lavoro. Il calore della famiglia gli appare giorno dopo giorno soltanto come un’abitudine.
Cesare crede che ormai sua moglie, i suoi figli lo amino per una convenzione sociale, perché qualcuno ha detto che è necessario rispettare il padre e la madre.
Chiuso nel silenzio delle proprie granitiche certezze, Cesare non si accorge del legame che vincola tutti i membri della sua famiglia fino al giorno in cui Paolo, suo figlio, viene rapito.
Di fronte all’orrore della perdita, finalmente, i contrafforti del silenzio cadono e Cesare si rende conto, per la prima volta dopo anni, che la mancanza di legame tra lui e i suoi cari èin realtà soltanto fittizia, ed è l’orgoglio reciproco che ha permesso la proliferazione delle incomprensioni e degli equivoci.
In qualche modo La sabbia e la luna è una commedia degli equivoci, perché è un ritratto fedele della commedia umana, di una umanità piccina che crede ritirandosi di poter vincere la battaglia con i sotterfugi, lavorando subdolamente, con i mezzucci.
Cesare è un uomo che conosce il lavoro, il sudore della fronte, è un uomo che porta avanti l’etica e l’idealismo di chi si è fatto da solo. E questa è forse più di tutte la sua forza, quella di chi magari inciampa ma non cade, perché nella vita ha sempre giocato pulito, e in qualche modo ha scritto le regole del gioco.
Non è difficile immaginarlo quindi straziato dal duplice ricatto, quello fondamentale, del rischio della perdita di Paolo, di cui si sentirebbe ineluttabilmente unico artefice, e quello, più sotterraneo, ma comunque presente, di doversi inchinare alla logica dei più furbi, di quelli impuniti dalla legge e talvolta anche dalla vita, che scelgono la via più comoda, quelli che però se inciampano cadono.
L’evento così drammatico che Cesare deve affrontare, gli permette inoltre di vedere oltre, di scoprire quanto Paolo somigli al padre, molto più di quanto entrambi non credano.
Se il problema generazionale è presente, in questo romanzo, esso racconta la più triste delle verità, il fatto cioè, che la nostra società, così concentrata a farsi sovrastrutture ideali in cui nascondersi, non si accorgeche il rapporto tra un genitore e un figlio si basa in maniera quasi del tutto esaustiva sul vincolo dell’amore.
L’amore è più forte di qualsiasi orgoglio, pur se spesso è dall’orgoglio offuscato da quell’impeto tutto giovanile di rivolta e di ricerca di individualità. Eppure non è possibile pensare di crescere senza fare i conti con le proprie radici, e che sia una presa di distanze o una forma di emulazione, la figura parentale è necessaria e imprescindibile.
Dalla sua prigionia Paolo si rende conto di quanto sia sciocco il voler credere che il rapporto con il padre si possa basare esclusivamente sul rifiuto, e se ne rende conto perché nel momento della difficoltà si accorge di quelle armi che il padre gli ha donato, inconsapevole, negli anni, armi come il carattere, come la purezza d’animo, la forza di affrontare le situazioni.
Dalle lettere dalla sua clausura si comprende in fondo che entrambi, padre e figlio, in fondo sono due ribelli, perché entrambi rifiutano di chinare il capo di fronte alla vita, ma combattono entrambi per essere attori e non spettatori della propria vita.
Ma da queste lettere emerge anche un elemento fondamentale nel rapporto tra genitori e figli quellodella momentanea delusione che può cogliere un genitore nel non sapere aspettare che il proprio figlio cresca. A questo fa eco in maniera sorda e in prima istanza inaccettabile, la caduta del mito della figura del padre da parte del figlio. Non esiste al mondo delusione più grande del momento in cui si scopre che i genitori non sono perfetti. La reciproca aspettativa di un padre che vorrebbe vedere il proprio figlio camminare d un sentiero sicuro e di un figlio che vorrebbe essere sempre sentirsi compreso possono sfociare nella delusione, nell’incomprensione.
Per Paolo e Cesare questo rapimento rappresenta in qualche modo la resa dei conti, la presa di coscienza che la vita può essere troppo breve per stare a giocare con le maschere.
C’è che dice che la vita è quella cosa che scorre nel frattempo che ci si affanna a viverla, e in qualche modo questo evento, così doloroso per tutta la famiglia, è l’elemento che fa sterzare tutto il modo di percepire l’esistenza verso la concretezza.
A Paolo, a Cesare e a noi che leggiamo questa vicenda, la vita offre la possibilità di essere vista, per la prima volta nei suoi valori fondamentali.
Nel dolore e nella solitudine si scopre per la prima volta che nessuno è un’isola, che la solidarietà è qualcosa che è parte esiziale del genere umano e l’aiuto arriva da chi meno ci si aspetta.
Il dovere camminare sul bordo dell’abisso fa precipitare le relazioni umane, sblocca lo stallo di anni e in qualche modo fa cadere le maschere.
Dopo, nulla più è come prima.
Antonio Colombo racconta tutto questo con mano attenta e ispirata, con uno stile intenso e fresco, ricordando la regola d’oro di chi scrive, ovvero che i sentimenti, le passioni, le paure, non possono essere raccontate con le parole che le descrivono ma con i gesti che le implicano.
Alla fine sono i fatti che giudicano e condannano, sono i gesti che sanno perdonare.
Alla parola rimane il compito necessario e insostituibile di farsi mezzo, strumento di comunicazione, ponte tra le anime.
La parola detta, ma ancor più quella non detta, diventa quindi spunto di riflessione, percorso, strada.
Noi, tutti noi, non siamo che ossa e polvere, ma abbiamo una scelta, abbiamo una volontà e un sentimento.
E sta a noi scegliere se rimanere un granello di sabbia inerte o puntare in alto e guardare la luna.
(Proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)