IL GIANNIZZERO NERO

Incontro con Robin Wood

 

Un folle folletto irlandese: questa è la prima impressione che si ha di Robin Wood.

Nonostante la soglia dei 60 anni, e carico delle migliaia di pagine scritte e delle decine di personaggi inventati, Robin Wood si presenta come un’esplosione di gioia di vivere, curioso, determinato, incorreggibilmente beffardo.

Al Romics si fa passare per il traduttore dell’amico Carlos Gomez per poi diventare la vera star del palco e svelare l’inganno.

Nato in Paraguay, nel 1944 in una colonia di emigrati australiani di origine irlandese, fin da bambino mostra una forte inclinazione per la storia e l’avventura, che lo porterà a viaggiare in cerca di lavoro, attraverso i più reconditi angoli dell’Argentina. Approdato finalmente a Buenos Aires, dopo un inizio piuttosto deludente come disegnatore e come poeta, si trova a scrivere casualmente alcune sceneggiature per un racconto storico: "Nippur di Lagash", il primo di una serie incredibile di personaggi indimenticabili come Dago, Savarese, Il Cosacco, Helena, Kozakovich & Connors, Dax, Chaco, Mojado, Gilgamesh, Pepe Sanchez, Dracula, Starlight, Anders, Martin Hel, Amanda.

Nonostante il fumetto d’avventura gli abbia dato il successo e la visibilità, Robin Wood si è sperimentato anche sui temi storici, erotici, sulle commedie e sugli horror, non sottraendosi neppure alla sfida del teatro, del cinema, della televisione, e scrivendo inoltre saggi per riviste e studi storici.

Coltissimo, intelligente, arguto, ribelle, quando l’abbiamo incontrato si è lasciato avvicinare da un sorriso, regalandoci queste parole che più che un’intervista sono una dichiarazione di poetica.

 

Come è cambiato dal suo punto di vista il personaggio di Dago con l’arrivo di Carlos Gomez? Lei si è sentito nella necessità di cambiare qualcosa nel personaggio o nelle ambientazioni per adattarsi al suo tipo di disegno?

No, non ho dovuto fare dei cambiamenti al personaggio per l’arrivo di Gomez, semmai mi sono reso conto della possibilità di ampliare e diversificare le storie, possibilità offertami dalla forza espressiva del tratto di Gomez.

Il lavoro di un fumetto è un lavoro a due, dello sceneggiatore e del disegnatore.

A volte mi è capitato di lavorare con persone che umanamente detestavo; con Carlos, per fortuna siamo amici e questo permette di giocare con il nostro personaggio cercando sempre strade nuove e ardite: in Carlos c’è talento, umanità ed etica, questo lo fa diventare il disegnatore ideale di Dago.

 

Come si pone nei confronti dei classici? Per come lei sente la sua opera di sceneggiatore, c’è una connessione tra la letteratura e il fumetto, e se sì, come si svolge?

Si parla spesso della letteratura e dei fumetti come si parlava del teatro e del radioteatro, del cinema e della televisione. In realtà l’unico discrimine è capire dove sia l’arte. Per esempio un bel film è un bel film e non importa se sia stato pensato per il cinema o per la televisione, così come un libro o un fumetto possono essere interessanti.

Non è corretto escludersi a priori dalla fruizione di una forma d’arte.

Una volta mi hanno chiesto quale fosse l’ultimo libro che ho letto: non ho risposto perché secondo me, questo tipo di domande implica una forma di snobismo al quale non mi voglio assoggettare .

Io leggo moltissimo, un libro al giorno. Ho letto molti classici, e ciononostante non amo tutti i classici: non è detto che un libro sia bello solo perché viene considerato una pietra miliare delle letteratura.

L’unica cosa che importa è se un libro è stato scritto con passione, con amore, con cura.

L’arte non è una merce che vai al mercato e la compri “Oggi dammi 20 grammi di classici”. Non esiste.

 

Lei ha scritto anche una storia per Dyaln Dog, L’Esercito del male. Come è nata questa collaborazione?

Bonelli mi ha proposto di scrivere una storia e io ho accettato, tutto qui. Nel mondo dei fumetti non esiste rivalità, siamo tutti colleghi.

Io lavoro indistintamente per l’Eura, così come ho lavorato per la Bonelli, o per Amnesty International, non trovo difficoltà a gestire cose anche così diverse tra loro.

 

Qual è il messaggio che vuole comunicare con Dago?

Vivere, vivere. Il messaggio che cerco di comunicare con Dago è che noi abbiamo una sola vita, questa. Certo poi se ci si mette in mezzo la religione, possiamo sperare in altrove lontani, ma per ora, accettiamo questa vita. Abbiamo due possibilità: essere vivi o vivere e io sono innamorato della vita. Sono così, sono anarchico, sono violento, sono innamorato, qualche volta pazzo, ma certamente questi giorni che viviamo non ritornano e credo che bisogna viverli fino in fondo.

Io comincio ogni cosa con gioia. Certamente anch’io ho i miei momenti di spleen, ma anche da quei momenti cerco di trarre qualcosa di buono. Godi la tua miseria, è tua, e nessuno te la puoi togliere. Se vuoi soffrire un po’, fallo, ma ogni giorno soffrirai un po’ di meno. Poi un giorno si muore, ma sono sicuro che io sarò felice anche dall’altra parte.

 

Se potesse incontrare una persona chi vorrebbe incontrare e cosa gli vorrebbe dire?

Io non sono mai seduto e penso poco. Sono molto occupato a fare le cose. Io non voglio aspettare di essere morto per parlare con qualcuno e non so se potremo mai parlare di là.

Io adoro gli artisti, scrittori, pittori, ma spesso succede che quando tu conosci la persona, rimani deluso, perché tu ami qualcuno per la sua opera. Ma una persona non è la sua opera e il lato umano può deluderti.

Per fortuna si può ascoltare una musica, leggere un libro, guardare un film e amare l’arte senza dover per forza tenere in altrettanta considerazione l’uomo da cui tale arte è nata.

 

Che cos’ha in serbo per i suoi lettori.

Ti dirò un segreto: non preparo ma niente, quando comincio a scrivere, non so mai cosa scriverò. Le persone che collaborano con me trovano questo aspetto della mia creatività molto divertente, perché nessuna ha mai idea di cosa stia per succedere. Scrivo tutto a mano e poi lo trasferisco nel computer.

Per questo non sono mai stato orgoglioso del modo in cui scrivo, perché non so come riesco a farlo: succede, e succede a una velocità incredibile, ma come ci riesca è un mistero anche per me.

Mi sento in fondo una persona normale, con un talento certo, ma che a volte rimane oscuro anche per me. Sono un piccolo uomo inerte, che ascolta e scrive le storie che il suo piccolo Peter Pan nella sua testa gli racconta.

Io lavoro attraverso le visioni, e non con le parole. I miei amici mi chiamano il passeggero della pioggia, perché vado sempre a passeggiare quando piove e sono felice.

Un aspetto curioso del mio lavoro è che non ho mai corretto quello che scrivo: una volta mi hanno paragonato a Mozart, perché neppure lui faceva mai delle correzioni. Gli ho risposto che avevamo solo la stessa abitudine.

Noi irlandesi abbiamo un talento speciale, si chiama pazzia e la pazzia è la cosa più divertente del mondo. La pazzia è mentire e esserne cosciente. Vivere è mentire, e io mento in continuazione.

E poi la verità non esiste. Esiste una versione di ciò che succede. E talvolta, mentire è più importante che dire la verità.

La menzogna fa la vita facile, basta pensare ad un rapporto di coppia!

Questa è la mia filosofia, se tale si può chiamare.

L’unica cosa importante è vivere, tutto il resto non conta.

Come ha detto qualcuno, la morte è venuta, ieri sera, ha suonato alla porta, io ho domandato “Chi è” “Sono la Morte, sono venuta a cercarti.” “Scusa, questa sera non posso, ho il compleanno di mia figlia” “ Posso tornare domani?” “Vediamo”.

 

 

(Pubblicato sul numero 22, Agosto-Novembre 2003 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)

 

Ti piace Dago? Vai a leggere l'intervista a Carlos Gomez cliccando su L'erede di Salinas

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