FUOCO AMICO
Di ritorno dall’esperienza di un mese di prigionia, Giuliana Sgrena racconta le contraddizioni di un paese devastato dalla guerra.
La necessità di lottare contro l’oblio mentre si è chiusi in una cella e l’orrore di vedersi sparare addosso a pochi metri dalla salvezza.
Fa una strana impressione Giuliana Sgrena, con l’aria fiera di qualcuno che sa di combattere dalla parte giusta della barricata, con la paura che ancora morde l’animo e con le lacrime che scendono spesso alla rievocazione di fatti e ricordi.
Lacrime di paura, certo, ma anche lacrime di rabbia.
Giuliana Sgrena dà l’impressione di essere una donna cui sia capitato qualcosa che non si sarebbe mai immaginata, di essersi trovata, per caso in qualcosa più grande di lei.
Dicevano che non toccavano i giornalisti, dicevano che non si toccavano le donne. Invece…
Stare lì per documentare, per fare luce sulle pieghe oscure e oscurate di un conflitto strano, in cui non si sa più chi sia il buono e chi il cattivo, se in una guerra è mai possibile fare questa distinzione, e trovarsi ad essere un pezzo di carne, un ostaggio da scambio.
Eppure, anche in quella situazione disperata, è riuscita a dare un senso al suo dolore, a trarre dalla prigionia un’esperienza di profonda consapevolezza.
La Casa delle Donne di Roma è strapiena di ragazze, giovani che sono venute qui per condividere il racconto di una donna, non quello di una giornalista, maper cogliere le sensazioni di qualcuno che da sempre lotta per il sacrosanto diritto di difendere i deboli, di dare una voce a chi non ha possibilità di essere ascoltato.
E forse per questo, questo Fuoco Amico, amico duplice, sia americano che iracheno, ha un qualcosa in più di ogni altro reportage di guerra.
Perché dietro nasconde una sofferenza vera.
Cosa ha significato per lei scrivere questo libro?
La genesi di questo libro è diversa da tutti quelli che ho scritto in precedenza. Io ho sempre scritto su quello che ho vissuto, ma in questo caso è stato diverso.
Quando sono tornata dopo ventotto giorni di prigionia, non riuscivo a raccontare quello che avevo passato e il fuoco incrociato di chi mi chiedeva di narrare la mia esperienza non mi lasciava il tempo di capire, di riflettere.
I toni con i quali molti si sono rivolti a me, dipingendomi come un’eroina o come qualcuno che in fondo se l’era andata a cercare mi provocavano una indicibile sofferenza.
Ho lasciato al tempo il tempo di lavorare al posto mio e poi ho cominciato a tirare fuori quello che avevo dentro, la paura, il dolore che avevo allora e che in qualche modo mi è rimasta addosso.
Questo libro è stato per me una specie di esperienza catartica, attraverso la quale sono riuscita ad avere uno sguardo distaccato sul mio rapimento.
Perché Fuoco amico?
Questo libro non è solo la mia storia, ma è il resoconto della mia storia in Iraq, perché non avrebbesenso se fosse decontestualizzato dalla guerra.
Questo libro parla del mio sequestro, ma anche del fuoco amico, che è duplice, americano ed iracheno, parla di un paese in cui la guerra ha portato una degenerazione totale, raccontando avvenimenti che accadevano allora.
Ma probabilmente la situazione ora è anche peggiorata.
Come ha vissuto il suo rapimento?
Quando ero prigioniera ho provato un senso di abbandono fortissimo: i miei carcerieri talvolta non aprivano la porta quando io bussavo, mi lasciavano a me stessa.
Il fatto poi di stare da sola in mezzo a un gruppo di soli uomini mi metteva in un disagio fortissimo.
Ricordo che dopo un paio di giorni che ero rinchiusa in quella stanza cominciai a bussare alla porta urlando che stavo male, che avevo problemi da donna e che avevo bisogno di una donna.
E venne una ragazza, coperta dalla testa ai piedi in pesanti veli neri.
Eppure, dietro quei veli c’era una persona forte, coltissima, che mi ha aiutato tantissimo.
Mi ricordo che mi spingeva a mangiare, a uscire dal letto che era diventato una specie di rifugio per proteggermi dal freddo ma anche dalla paura, mi spinse a fare ginnastica, a mantenere una sorta di contatto con la realtà.
Mi ricordo che la cosa più dura era il senso di annichilimento che provavo quotidianamente.
Il primo giorno che mi hanno rapito feci quattro nodi alla frangia della mia sciarpa, per ricordarmi il giorno, il 4 febbraio.
Poi, ogni giorno facevo un nodo, per cercare di tenere in qualche modo il contatto con il tempo.
Ero in una stanza buia, senza luce e non riuscivo a capire che ora fosse.
Ma riuscivo a mantenere una scansione temporale grazie al muezzin di una moschea vicina che chiamava i fedeli a raccolta cinque volte al giorno.
Avevo paura di dimenticare, per questo mi attaccai ai miei ricordi: cercavo ogni giorno di ricordare
qualcosa, chi fossi, perché fossi lì.
Mi domandavo perché tra tanti avessero rapito proprio me, poi ho capito che la guerra non accetta di cogliere le differenze: ero una giornalista, un’occidentale, una merce di scambio, un modo per essere ascoltata.
Ecco cosa ero diventata.
Poi è arrivata la liberazione e la morte di Calipari. Cosa ricorda di quei momenti?
Poco prima di essere liberata i miei carcerieri mi hanno detto di stare attenta, perché gli americani non avrebbero voluto che io tornassi a casa viva.
Non dimenticherò mai il mio sequestro, ma se anche dovessi un giorno riuscire a convivere con questo, non potrò mai cancellare dalla memoria quello che è accaduto dopo.
E come potrei mai festeggiare la mia liberazione se la persona che mi ha liberato e mi ha protetto è morta nel tentativo di salvarmi?
Il fatto di essere stata colpita, e così duramente, nel corpo e nell’anima proprio mentre cominciavo a credermi in salvo mi ha tolto la voglia di vivere.
Come è cambiato, se è cambiato, il suo rapporto con le persone? Cosa è cambiato con il suo compagno?
Le persone che mi circondano spesso, ancora oggi, non riescono a capire, le mie reazioni, il bisogno di stare da sola, talvolta, o la paura di essere abbandonata.
Il mio rapporto con Pier è in qualche modo maturato durante la mia prigionia, ed è diventato più solido.
Lui deve fare i conti con le mie angosce, ma anch’io devo tenere in considerazione quanto ha sofferto lui quando io non c’ero.
Pier poi mi ha raccontato quello che è successo quando io non c’ero, ed è strano perché talvolta accade ancora che qualcuno mi parli di cose di cui sono completamente all’oscuro.
Ho parlato a lungo con Pier e questo emerge anche nel libro, abbiamo cercato di farlo venir fuori insieme.
Dopo i fatti della sua liberazione, è stata aperta un’inchiesta. Cosa ne è emerso?
Per quanto io abbia le mie teorie su cosa sia accaduto, purtroppo non ho le prove per dimostrarlo e quel che è successo in realtà bisognerebbe chiederlo agli americani.
Certamente la realtà è stata ben insabbiata, ma il timore di non sapere mai la verità non può fermare né me né tantomeno Rosa Calipari con la quale sono in contatto, dal cercare di far luce sui fatti.
La magistratura ha ordinato una perizia sulla macchina che è arrivata in Italia 2 mesi dopo la mia liberazione, in condizioni molto diverse, ovviamente, da quelle del giorno in questione.
Eppure, nonostante questo, dalla perizia sono emersi dei dati che contrastano il rapporto americano.
In particolare, si è dedotto che la prima raffica ha colpito la macchina senza preavviso quando era a più di 130 metri di lontananza, l’ultima, la terza, quando il veicolo era fermo.
Ma la cosa più inquietante, forse, sta nel fatto che i soldati hanno sparato ad altezza dei passeggeri.
Infatti soltanto un proiettile era nel motore.
Quei soldati hanno sparato per uccidere, ma gli americani non hanno ancora risposto alla rogatoria.
Cosa pensa della mobilitazione in suo favore?
Da quando sono tornata ho pensato spesso alle manifestazioni che sono state fatte per la mia liberazione.
Due cose mi hanno colpito: la prima è la disparità di persone che vi hanno preso parte, la seconda è il senso di queste manifestazioni.
Ho notato che in piazza c’erano molte persone che non mi saprei mai aspettata di vedere, gente comune che evidentemente sentiva una forma di comunanza con la mia situazione.
Ma ho visto anche molti, appartenenti per esempio al movimento pacifista, per cui lo scendere in piazza per me era in realtà un pretesto per ribadire il no alla guerra in Iraq.
La domanda che mi sono posta è stato quindi perché non è stata sfruttata questa occasione per cercare di dare un senso a questa manifestazione, perché sia mancata una volontà politica di farsi portavoce di questa protesta.
Possibile che non esista un soggetto capace di cogliere le esigenze della gente?
Devo dire con mio sommo rammarico che è stata liberata Giuliana, ma non l’Iraq, e questo, in qualche modo mi fa sentire una sconfitta.
Dopo essere tornata ha dichiarò, a differenza di altre persone che sono state rapite, di non voler tornare in Iraq. Perché?
Io ho fatto sette viaggi in Iraq dal 2003. se l’ho fatto è stato solo perché credevo fosse necessario raccontare quello che avveniva.
Il giorno prima di essere rapita avevo raccolto delle testimonianze importanti, come quella di una ragazza che era stata stuprata dagli americani o i racconti dei profughi di Falluja, testimonianze che ormai hanno perso, in parte il loro valore di denuncia.
Le ho raccontate nel mio libro, ma non è la stessa cosa.
Mi rendo conto che orami non posso più fare il mio lavoro, per cui non ha più senso tornare in Iraq.
Talvolta sono le scorte stesse che vendono i giornalisti, per soldi, o molto più spesso per paura, per i ricatti che subiscono.
Non si può fare informazione, per cui è inutile che vada.
L’esperienza del rapimento ha mutato in qualche modo le sue convinzioni?
Assolutamente no, anzi, sul piano politico, tutto ciò è stata una conferma delle mie convinzioni.
Tutto quello che mi è accaduto è stato soltanto frutto della degenerazione della guerra.I miei rapitori erano gente che combatteva per la liberazione dell’Iraq: abbiamo parlato a lungo, ci siamo confrontati e devo riconoscere che pur non approvando ovviamente i metodi, non si può che concordare sui principi di base.
Il vero problema è che gli americani con la scusa di portare democrazia hanno provocato una gravissima crisi.
Molto rimpiangono i tempi di Saddam Hussein, in cui, nonostante tutto, c’era una libertà maggiore.
Oggi non si vede quasi più una donna in giro per le strade di Bagdad.
Gli Stati Uniti fanno la guerra e contemporaneamente si garantiscono una certa impunità, sparando sugli iracheni come hanno sparato su di noi.
Io cerco di lavorare perché sia tolta questa impunità.
Si è fatta la guerra con la scusa delle armi di distruzione di massa, che si sapeva fin dall’inizio che non c’erano più.
Eppure, quando Hussein le aveva e le ha usate contro i kurdi o gli iraniani, l’occidente non ha mosso un dito.
Si è scoperto che nei sotterranei del Ministero dell’Interno vi erano segrete dove gli americani insegnavano agli iracheni a torturare altri iracheni.
Questo è quello che ho imparato in un mese di prigionia.
(Pubblicato sul numero 28, Marzo- Agosto 2006 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)