PAURA E SPERANZA

Incontro con Salman Rushdie

 

Salman Rushdie ha aperto il Festival delle Letterature di Roma.

Speranze e progetti di contaminazione culturale di un artista che non si è mai lasciato schiacciare dalla paura.

 

Te lo aspetti diverso Salman Rushdie, l’uomo che ha fatto tremare il medio-oriente con le sue metafore sull’Islam, l’uomo che ha raccontato l’indipendenza dell’India attraverso gli occhi dei bambini, l’uomo che meglio di altri incarna l’emblema di quella Paura e Speranza che è il tema del Massenzio Festival delle Letterature.

E invece è più basso di come ci si aspetterebbe, senza barba e con un po’ di pancetta, affiancato dalla bellissima moglie Padma potrebbe essere un tranquillo signore di mezz’età in visita di piacere a Roma. Se non fosse per quello sguardo ardente, per quel suo modo di essere tagliente e irriverente, tanto da dichiarare di ammirare il Vaticano per l’aspetto architettonico, di essere schivo e pungente, riservato ma incisivo.

Ha dichiarato di avere avuto un permesso speciale del Pontefice per venire a Roma per assaggiare le uova alla Benedetto XVI e ha scherzato sull’importanza del bacio alla francese.

Poi è diventato serio e ha raccontato il futuro del mondo.

Ne ferisce più la penna che la spada, e lui negli anni, ne ha feriti tanti.

 

Lei è ospite del Festival delle Letterature di Roma dopo il grande successo di quello di New York.

Cosa differisce nei due Festival?

 

L’iniziativa del Festival della Letteratura di New York, di cui sono stato promotore, in quanto presidente del Parlamento Internazionale degli Scrittori nasce con l’intento di promuovere a livello internazionale la cultura della letteratura. In questo senso è nato anche il gemellaggio con il Festival di Roma, che del Festival di New York è in qualche modo l’altra faccia, una collaborazione di due eventi diversi per lo stesso fine, una collaborazione che spero continui nel tempo.

 

Questo processo di collaborazione lega il Festival di New Yorka quello di Roma, ma anche ad altri festival in Europa. Quali sono gli obiettivi degli organizzatori del Festival della Letteratura di New York?

 

All’epoca in cui ci stavamo organizzando per ideare realizzare il Festival di New York, abbiamo convenuto che c’era assoluta necessità di riaprire un dialogo tra gli Stati Uniti e il resto del mondo che negli ultimi anni si era sfaldato e inaridito.

La nostra idea è quello di aprire ad altri festival culturali come quello di Roma, di Berlino, per far ripartire questo dialogo reciproco.

Siamo solo all’inizio ma abbiamo grandi progetti di cooperazione e scambio di scrittori che possano convenire negli Stati Uniti da tutto il mondo proprio perché siamo convinti che questa dialettica sia a vantaggio di tutti quanti, sia degli Stati Uniti che del resto del mondo.

 

Qual è il rapporto che lega New York a Roma, secondo lei? Si può dire che New York sia la nuova Roma?

 

L’Italia e Roma in particolare è stata per lungo tempo la culla della civiltà e in qualche modo si può dire che New York ha raccolto l’eredità di Roma, sotto tanti aspetti, sia per l’influenza politica, per l’imperialismo, per l’originalità artistica.

Ci sono state delle città che a un certo punto della storia hanno raggiunto lo zenit, l’apice del loro successo e poi, nel corso dei secoli, hanno concluso la loro parabola con l’inevitabile declino.

Talvolta questo è un processo lento, talvolta è repentino: non siamo mai in grado di saperlo. Solo la storia ci insegna come avvengono tali evoluzioni.

Per quanto riguarda Roma, tutti sappiamo cosa è successo e come, al cadere del potere dell’impero romano, sia crollato anche tutto quello che Roma rappresentava. Per quanto riguarda New York, molti hanno pensato che gli avvenimenti dell’11 settembre potessero rappresentare la fine dell’età aurea di New York.

In questo senso si può instaurare un parallelismo tra le due città.

 

Come nasce il Rushdie scrittore? Quali sono stati i movimento culturali che lo hanno maggiormente influenzato?

 

Io sono sempre stato un grande ammiratore della letteratura americana e quando ho cominciato a pensare ad una poetica che fosse chiaramente ascrivibile a me e al mio modo di interpretare la scrittura, in primo luogo mi sono concentrato per trovare un modo di utilizzare l’inglese che non fosse di esclusiva proprietà degli inglesi.

Negli Stati Uniti esistono numerosi filoni letterari, stili e generi letterari legati, per esempio al sud, alle grandi città, legati alle contaminazioni dell’esperienza degli afro-americani.

La mia impressione di scrittore di lingua inglese, ma non scrittore inglese, benché in Inghilterra mi sia formato e abbia studiato letteratura, è stata che tutti questi gruppi e queste situazioni diverse, tutte queste esperienza letterarie abbiamo data vita, in qualche modo abbiano tracciato, un inglese che non è più l’inglese originario, ma molti inglesi diversi, ognuno che fa riferimento alla propria voce.

Queste riflessioni mi hanno portato a comprendere la vera ricchezza della lingua inglese e mi hanno aiutato nel tracciare la mia identità di scrittore.

 

Quali sono, se ci sono state, le influenze della letteratura italiana nel suo lavoro?

 

Il mio rapporto con la letteratura italiana è un rapporto importante che mi ha grandemente arricchito.

Certamente non è stato sempre e comunque positivo: Alberto Moravia per esempio presentò un mio libro anni fa. Prendemmo un the assieme, ma non posso reputare quello un incontro davvero riuscito.

Assai diversamente sono andate le cose con Italo Calvino, con cui ho avuto un rapporto molto più intimo.

Calvino è un autore che io ho molto amato e che mi ha dato un grandissimo incoraggiamento quando ero agli esordi.

Devo anzi dire che la recensione che ha scritto sulla Repubblica sul mio “Figli di Mezzanotte” sia stata un apporto molto importante per la prosecuzione della mia opera.

Dirò di più, quando mi accingevo a scrivere “Harun e il mar delle storie”, ciò che forse più di tutte mi ha aiutato a trovare la voce giusta per raccontare quella storia è stato rileggermi i racconti di Italo Calvino.

 

E otre ai classici, quali autori italiani contemporanei apprezza?

 

È necessario precisare che le mie preferenza nella letteratura italiana contemporanea dipendono in maniera preponderante dalla disponibilità di leggere le opere italiane con una buona traduzione in inglese. Per questo posso dire che apprezzo molto il lavoro di Baricco e adesso, anche quello di Umberto Eco.

La mia vicenda umana e letteraria con Eco è stata infatti piuttosto travagliata, ma credo e spero che sia giunta a un esito felice.

Il mio rapporto con Eco è iniziato con una mia feroce stroncatura al suo “Pendolo di Foucault” e la reazione di Eco a tale stroncatura è stata talmente generosa da imbarazzarmi.

Poco tempo dopo ci siamo incontrati in un convegno a Parigi. Appena mi ha visto lui si è diretto verso di me e devo dire che questa cosa mi ha lasciato un attimo interdetto, dal momento che non avevo idea delle sue intenzioni, ma non credevo che fossero amichevoli. Lui invece mi ha spalancato le braccia salutandomi con il massimo del calore dicendo “Sono io quello stronzo di Eco!”

Da allora in poi siamo diventati ottimi amici, abbiamo tenuto un reading una volta a Londra insieme a Mario Vargas Llosa, al termine del quale Eco, contento di come erano andate le cose ha detto: “Ecco ora ci possiamo chiamare davvero i tre Moschettieri”. E allora io ho chiesto perché proprio i tre Moschettieri, dal momento che la letteratura è piena di triadi, e lui sorridendo ha risposto “No, proprio i Tre Moschettieri, perché prima eravamo nemici e ora siamo diventati amici”.

 

Lei è riuscito a raggiungere una grande popolarità, è diventato uno scrittore famoso. Ma spesso come capita a molti, è famoso più per le sue vicende personali che per quello che scrive sui suoi libri. Quanta fama spetta al Rushdie persona e quanto invece allo scrittore?

 

Mi sembra che attualmente ci sia un po’ questo problema, cioè che gli artisti divengano sempre più oggetti di una sorta di culto della personalità. Duecento anni fa poteva ancora capitare e capitava infatti, che un libro acquisisse una grandissima fama e il suo autore restasse una persona non esposta all’occhio del pubblico. Oggi naturalmente questo è assai difficile, e anche se in qualche modo questo fenomeno mi provoca un certo rammarico, in realtà, se ben utilizzato può essere un mezzo per incontrare le persone e far sentire la propria voce.

In ogni caso se ad uno scrittore capita di raggiungere una grandissima popolarità, gli si impone di necessità una decisione: che uso fare di questa fama.

Per quanto riguarda la mia storia personale, nel momento in cui la fama mi ha arriso, ho deciso di scegliere di mettere la mia popolarità a frutto, di farla lavorare, prima di tutto mettendola a disposizione di altri autori che eventualmente ne avessero bisogno come un tempo ne ho avuto bisogno io stesso, in secondo luogo metterla a favore di quelle idee che mi interessano, quelle idee che io mi sforzo di esprimere nel mio lavoro di scrittore. Penso che se la fama viene utilizzata in questo modo, può essere di grande beneficio per gli altri.

 

Lei è sempre stato in prima linea, come uomo laico e laicista, alla lotta verso tutti i fanatismi. Quale crede che siano da uomo e da artista i mezzi per combattere tali fenomeni?

 

Sono assolutamente favorevole all’uso indiscriminato del bacio che chiamate “alla Francese”.

C’è stato un umorista americano che una volta ha definito il puritanesimo come il timore che da qualche parte del mondo ci possa essere qualcuno che può essere felice.

A mio modo di vedere, uno dei modi per combattere il fanatismo è proprio la felicità.

E direi anche il piacere. Infatti basta dare un’occhiata a quelle parti del mondo in cui il fanatismo esercita il controllo, il potere assoluto, per rendersi subito conto che una delle prime cose che aggredisce il fanatismo è la felicità e anche il piacere. Quindi, utilizzare queste armi secondo me è non solo efficace ma anche molto gradevole.

 

Molti hanno intravisto negli eventi legati all’11 settembre l’inizio di una nuova era, un’epoca segnata dalla paura e dalla guerra. Come vede il futuro?

 

Chiaramente viviamo tutti nello stesso mondo e tutti ci rendiamo conto di quanto siano incerti i nostri tempi e quanto sia forte l’insicurezza su quello che può avere in serbo il futuro per tutti noi.

Ebbene in tempi come questi, è assai facile che la paura, pur legittima, che tutti quanti in varia misura proviamo all’indirizzo del futuro, incoraggi un clima di pessimismo e disperazione. È molto facile che in un periodo come quello in cui stiamo vivendo il mondo tenda ad assumere una visione totalmente tragica della vita e del futuro stesso. Ma credo che c’è una cosa che la storia ci insegna in modo inequivocabile, che gli uomini non sono bravi a prevedere con esattezza il futuro, nel senso che le cose che temiamo e pronostichiamo per il futuro non succedono mai nel modo in cui noi le prevediamo. Non sto dicendo che le nostre previsione vengano regolarmente smentite, può accadere anche peggio di quanto avevamo pronosticato, in ogni caso la previsioni non sono mai corrette.

Quindi il consiglio che ho da dare a tutti è non credere mai che il futuro debba essere sempre così uniformemente fosco come noi ce lo dipingiamo.

Il futuro ha questo di bello, che ci sorprende sempre, inevitabilmente e invariabilmente.

 

Paura speranza: quanto le è proprio il tema del Festival delle letterature?

 

Come si può facilmente immaginare, la paura è stato un argomento al quale ho dovuto prestare un’attenzione particolarmente ravvicinata in un certo momento della mia vita, in merito al quale sono giunto a considerazioni piuttosto nette.

Anche successivamente all’attacco al World Trade Center, ho notato con piacere che anche i Newyorkesi erano arrivati alle mie stesse conclusioni sul tema della paura: per quanto terrorizzantepossa essere il mondo, te lo devi dimenticare, andare avanti e vivere la tua giornata.

 

Successivamente all’uscita del testo “Versetti Satanici”, sia lei che i suoi editori sono stati minacciati di morte. Eppure lei è sempre riuscito ad andare oltre la paura

 

Tutti noi nella vita di tutti i giorni abbiamo bisogno di momenti di esaltazione e credo che l’arte, le arti, siano uno dei pochi modi accessibili a tutti per fare un’esperienza esaltante, nella vita.

Un altro modo per riuscire a provare questo senso di esaltazione e benessere è innamorarsi.

Sono davvero pochi i momento nella vita di persone normali in cui è possibile fare un’esperienza che ci porta a trascendere noi stessi.

Credo che uno dei motivi per cui tante persone, persone comuni, hanno partecipato alla difesa del mio libro “Versetti Satanici”, sia stato non tanto l’apprezzamento per quel mio libro in particolare, quanto perché hanno capito il valore dei libri, il valore della libertà di poter scegliere in ogni momento quali libri leggere e quali libri scrivere.

C’è stata una determinazione chiara da parte di gente normale, gestori di librerie, lettori, perché si potesse conservare tale libertà di scelta.

E credo che questa, la difesa della libertà di scelta in ogni frangente sia in fondo la lezione più alta che la mia vicenda umana e di autore possa lasciare alle future generazioni.

 

 

 

(Pubblicato sul numero 27, Novembre - Febbraio 2005 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)

 

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