LA MIA PATRIA È LA POESIA
Incontro con Yang Lian
Ho sempre pensato che ci fosse una curiosa corrispondenza tra la forma dei pennelli cinesi utilizzati per la calligrafia e gli occhi a mandorla dell’artista che teneva in mano quei pennelli: nella loro linearità, nel perfetto parallelismo delle linee che lo compongono, un pennello cinese mi ha sempre suggerito l’idea di proseguire in maniera continuativa nello spazio. Allo stesso modo, gli occhi orientali, le palpebre quasi nascoste da un’anatomia bizzarra per l’immagine che rifletteva il mio specchio, la lentezza quasi rituale con la quale questi occhi si chiudono, come se fossero enormemente più grandi, non può che lasciarmi pensare che, forse, nel loro essere così completamente aperti, gli occhi a mandorla riescano a percepire dettagli diversi della realtà che li circonda, continuando nella loro azione di guardare per un tempo infinitamente più lungo.
Mio padre mi ha sempre detto che un orientale rimane un orientale anche dopo una vita vissuta in occidente.
Quando ho incontrato per caso Yang Lian in una sala dell’aeroporto di Fiumicino, nonostante il suo metro e ottanta graziatamente avvolto in unvestito grigio e i lunghi capelli neri che scendevano sulle spalle, ho incrociato il suo gesto misurato e i suoi occhi. Allora ho capito perché.
Come è nata la raccolta Dove si ferma il mare?
In questo libro sono contenute tutte le poesie che ho scritto tra il 1992 e il 1993, dopo aver lasciato la Cina, nel periodo più buio della mia vita, gli anni dell’esilio, quegli anni nei quali il sogno di tornare a casa era sempre più irraggiungibile e il viaggio verso ovest sembrava senza fine.
La prima parte di questa raccolta è infatti caratterizzata da un senso di oppressione, di oscurità, di immanenza delle tenebre, che sono il nucleo tematico del poemetto di apertura.
Ero a New York in quegli anni, e mi domandavo come fosse possibile scrivere ancora o se sarebbe stato possibile continuare a vivere e sopravvivere con la scrittura.
Ma non mi sono fermato e, parola dopo parola, libro dopo libro, ho compreso che si poteva rinascere attraverso la scrittura, e la poesia poteva essere un modo in cui ciascuno poteva ritrovare se stesso.
Mi sono reso conto che l’esilio non è una specializzazione a vita, che non fornisce valori assoluti, ma è invece una materia che può essere consumata e sostituita.
L’oscurità, le tenebre, le Darknesses che ho regalato alla lingua inglese1, appartengono solo alle persone, ed era necessario combatterle. Sono giunto quindi alla conclusione che anche l’esilio ha un termine.
Dove si ferma il mare rappresenta questa presa di coscienza, l’istante del salto.
E dov’è esattamente che finisce il mare?
Per poter comprendere appieno il significato di questo ossimoro bisogna tener conto che in cinese la parola “mare” è il nome del dizionario enciclopedico per antonomasia: il mare delle parole.
Se quindi “Le mille parti dell’enciclopedia delle onde sbattono dentro la frase”,è evidente che, Dove finisce il mare può essere letto come una lunga riflessione sul rapporto tra poesia e lingua, tematica che, oltretutto, è strettamente connessa con buona parte della poesia cinese contemporanea.
Durante i primi anni dell’esilio, sentivo questa condizione come un fattore estraniante, e ho cercato di ricostruire una mia integrità attraverso la poesia. Ma dopo numerose pagine sono giunto alla consapevolezza che per trovare me stesso nelle mie poesie era necessario che mi estraniassi da esse.
L’astrazione del io-poetico dalla mia poesia è duplice.
La prima astrazione, quella più evidente, risiede nella scelta di non utilizzare il termine che indica il pronome personale “io”, sostituito talvolta con “noi”, più raramente con “se stesso”.
Sbarazzatomi in fretta dell’io come concetto, dovevo liberarmi della materialità della sua essenza, e quindi dello spazio e del tempo, che ad esso è intimamente connesso. In questo la lingua cinese mi ha aiutato, in quanto è strutturata in modo tale da permettere l’assenza del tempo.
Eliminato il fattore spaziale e conchiusa la poesia in un universo atemporale, è stato possibile quindi giungere al concetto di infinito, nel quale, finalmente, mi sono ritrovato; la temporalità di una vita errante è contenuta all’interno della spazialità: vi circola, penetra, si dissolve e viene eliminata senza la minima indulgenza. È così che il mare si ferma.
La mia esistenza di esule mi ha costretto a scendere nel profondo, anche perché spesso chiuso in un muro delle lingue del paese in cui mi trovavo ad andare, e mi ha permesso di guardarmi dall’esterno, di prendere il largo da me stesso.
Il principio di realtà della scrittura poetica mi ha permesso l’integrità della soggettività.
Lei ha vissuto in Germania come negli Stati Uniti, in Australia e ora a Londra. Quale è la sua patria?
Quando ho finito Dove si ferma il mare l’ho riletto e ho capito che questa raccolta non rappresenta solo un viaggio metaforico, ma anche reale.
Il mio motto è “internazionale nel locale”. In ogni posto in cui ho vissuto, ho cercato di trovare una casa, che non fosse solo un posto in cui vivere ma un modo per sentirsi cittadino.
Ho suddiviso le opere che ho scritto fino ad oggi in Manoscritti cinesi, Manoscritti del Pacifico meridionale e Manoscritti europei, i tre posti cui mi sento maggiormente legato.
Così come attraverso la poesia sono riuscito a mantenere un’integrità dal mio io, sempre attraverso la poesia, ho cercato di fornire una mia speciale mappa mentale del mondo.
Mi piace pensare che i luoghi che ho visitato sono vivi e vitali e riescono a penetrare la mia scrittura in maniera autonoma da me.
In questo senso, “locale”, non è solo il luogo dove abito, ma il luogo che ho riassunto nella mia opera.
Per il resto, la mia patria è la poesia.
Come ha vissuto la sua esistenza di scrittore in paesi nei quali non parlavano la sua lingua? Ha provato un senso di frustrazione per la continua necessità della traduzione e l’impossibilità di farsi leggere in originale?
Quello della traduzione è decisamente un problema che mi sono dovuto trovare ad affrontare numerose volte nella mia vita, ma non l’ho mai vissuto come un ostacolo.
Prima di tutto ho sempre reputato la traduzione dei miei versi come una collaborazione tra me e il traduttore: non è una gara su chi fa meglio o chi è più bravo, ma semplicemente un tentativo di veicolare il sentire di un artista in una cultura diversa.
La buona poesia è impossibile da tradurre e interpretare e la mia poesia è difficile: perciò non temo i cattivi traduttori. Quando un traduttore si avvicina alla mia poesia sa che non sarà uno scherzo tradurla, per questo motivo, se non è certo delle proprie capacità, non tenterà neppure.
Ma al di là del mero problema della traduzione, devo riconoscere che nel confronto continuo con le altre lingue, e attraverso la loro influenza, la mia lingua si è arricchita di suggestioni. Inoltre, sul piano strettamente linguistico, ho intrapreso un lungo percorso che mi ha riportato all’interno del cinese, approfondendolo e riscoprendolo.
Lei è un esule, un viaggiatore e un poeta. Che posto può avere la poesia all’interno di un mondo globalizzato?
Sfatiamo una leggenda: la poesia piace, ha un pubblico che la segue e continua ad attirare l’interesse di molti.
La globalizzazione è un mezzo che permette ad un numero sempre maggiore di persone di venire in contatto tra do loro.
La poesia non ha quindi nulla da temere dalla globalizzazione dal momento che il villaggio globale, per sua natura, è un veicolo di idee, pulsioni, opinioni.
L’unico rischio che la poesia corre in questa situazione è quello di trovare nuovi canali di diffusione e nuovi potenziali lettori, ma credo che questo sia un rischio accettabile, anzi, auspicabile!.
(Si ringrazia per la gentile collaborazione Maria Eva Meldolesi addetta stampa ADR – Aeroporti di Roma e Marina Bignotti, responsabile Ufficio StampaScheiwiller)
Nota biografica:
Yang Lian è uno dei maggiori poeti cinesi ed è stato candidato al premio Nobel per la letteratura nel 2002.
Nasce a Bernanel 1955, da funzionari statali cinesi dell’ambasciata in Svizzera. Due anni dopo tutta la famiglia ritorna a Pechino, dove Yang Lian frequenta le scuole, assorbendo dai genitori l’amore per la letteratura e le lingue straniere.
Inizia a scrivere poesie nel 1976, al termine di una intensa esperienza di lavoro nelle campagne e di lunghi viaggi nelle province più remote della Cina, trovando infine lavoro a Pechino in una casa editrice. Dal 1978 iniziano le pubblicazioni della rivista indipendente di poesia “Jintian” (Oggi), che riapre lo spazio inventivo della poesia cinese contemporanea e che, nell’agosto del ’79, pubblica per la prima volta alcune opere di Yang Lian. Il suo esordio artistico avviene all'interno di un gruppo di giovani poeti underground già noto in Cina e presente in influenti riviste di politica e letteratura durante il "Democracy-Wall Movement".
Nel 1986 Yang Lian compie un lungo viaggio in Europa e ad Hong Kong, al ritorno dal quale fonda assieme a Mang Ke il gruppo di poeti Xincunzhe (I sopravvissuti) e l’omonima rivista.
Nel febbraio del 1989 si reca in Nuova Zelanda, ad Auckland, dove si trova anche il poeta Gu Cheng. Entrambi seguono gli avvenimenti di Piazza Tienanmen e condannano pubblicamente le scelte del governo cinese: inizia così per Yang Lian un esilio in vari Paesi. Nel ‘91 riceve una importante fellowship come artista residente della fondazione DAAD di Berlino; nel ‘93 insegna lingua e letteratura cinese all’università di Sydney e inizia a lavorare al poema Dahai tingzhi zhichu (Dove si ferma il mare).
Nel 1994 decide di stabilirsi a Londra, dove attualmente vive e lavora. Nel 1999 riceve in Italia il Premio Internazionale Flaiano per la poesia, con "Dove il mare resta calmo".
Negli ultimi anni, grazie a un diverso clima ideologico e culturale, Yang Lian è ritornato più volte in Cina, dove le sue opere sono state pubblicate con grande rilievo.
Yang Lian ha lavorato in più di 20 Paesi, ha pubblicato 6 raccolte poetiche, 2 libri in prosa e diversi saggi in cinese che sono stati o stanno per essere tradotti in varie lingue (compreso l'italiano) rappresentando una delle maggiori voci nel panorama letterario, politico e culturale mondiale.
(1) - Nella lingua inglese darkness, oscurità, tenebra è singolare, ma nella traduzione dal cinese si è scelto di forzare tale temine “coniando” un inusitato plurale darknesses (N.d. R.)
(Pubblicato sul numero 24, Agosto-Novembre 2004 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)