LA DONNA CHE AMA L’AMORE

Scrittrice, sceneggiatrice, regista, doppiatrice, Simona Izzo fa il punto della situazione sulla sua vita racchiudendo in un breve e sapido saggio la sua visione del mondo al femminile.

Tra gel e pizzichini, tra cerotti arabi e diete emotive, Simona Izzo racconta “L’amore delle donne”

“Simona, abbiamo una casa in comune, un conto in comune, un lavoro in comune. Mi spieghi perché ti dovrei sposare?”

“Per educazione”

 

Esuberante e strabordante, Simona Izzo, da perfetta maniaca sentimentale si è messa al tavolino e ci ha raccontato un altro pezzo dell’amore, quello delle donne, quelle donne nevrotiche e multiformi, amate a amanti, gelose e generose. “L’amore delle donne” non è un libro d’amore, ma un libro che parla d’amore, di quel modo un po’ coraggioso e un po’ timido in cui le donne amano e si lasciano amare, un modo totale e totalizzante.

E nel frattempo la Izzo dipinge uno spaccato di questa società piena di contraddizioni, di legami di sangue e famiglie allargate di bisnonni acquisiti e mariti di madri, in cui l’unico filo rosso è proprio l’amore, quel collante universale che riesce a superare le contraddizioni e le regole.

E poi parla di donne che parlano, che raccontano, che vivono e cercano di ritagliarsi un loro spazio nel mondo, portando sempre dentro di sé, nel loro utero, nella loro più profonda essenza di donna, tutte le persone che amano.

La Izzo non ha remore nel portarci nell’intimo della sua esistenza e del suo letto, raccontando, con una naturalezza e un’ironia che la mette al riparo da ogni volgarità, quella ricerca che la porta ad essere una donna, il suo modo di affrontare e cercare gli uomini in maniera dialettica e non competitiva, ci racconta di Antonello Venditti e Ricky Tognazzi, di attori, musicisti e poeti che l’hanno accompagnata in vari modi e in vari momenti.

Ci racconta poi della madre, delle sorelle e delle nipoti, che ritrae tutte insieme in una sorta di foto di famiglia, ma anche delle amiche, delle donne che incontra ogni giorno per strada, e che la cercano per raccontarle la propria storia.

 

Amo le donne perché sono materne anche a cinque anni, sensuali anche a tre, erotiche anche a settante, civette anche a ottanta.

E la loro attività preferita – siano segretarie o ingegneri, casalinghe o impiegate -, la vera grande attività che svolgono perfino quando dormono è amare.

 

Come nasce l’idea de “L’amore delle donne?”

Come regista, sceneggiatrice, scrittrice ho un rapporto privilegiato col mondo femminile. Spesso sono le donne ad avvicinarmi e a raccontarmi le loro storie, con l’inconfessato desiderio di essere eternate in un film. Questo sicuramente è stato un fattore importante, ma più importante ancora è stata l’esigenza, quasi viscerale,di raccontare come amano le donne, il loro amore fetale, salvifico, gratuito, totalizzante. Ciò le fa assomigliare a delle cangure che portano sempre con sé, nei loro marsupi, i loro “gioielli di carne”: i figli, il mariti, le madri, i padri. Chiunque loro amino e chiunque abbia bisogno di loro.

 

Lei ritrae le relazioni tra donne come rapporti di estrema complicità, perfino con l’ex-moglie di suo marito. Eppure è luogo comune pensare che due donne siano sempre in competizione. Come riesce a coniugare questo sentire assai diffuso con la sua esperienza di vita?

Sì è vero che esiste la competitività ma, almeno quando si racconta, si deve smussarla e non deve diventare quello il tessuto connettivo di una storia. Competono anche gli uomini tra di loro. La competitività è una delle molle che ci spinge a migliorare.

 

Lei ha scritto un libro al femminile, ma che non è rivolto esclusivamente alle donne, anzi, al contrario, per quello che scrive, per come lo scrive, il suo referente privilegiato è spesso l’uomo che, come rivela, cerca e il cui pensiero in qualche modo la ossessiona. Cosa cambia nello scrivere pensando a un uomo o pensando a una donna? Lei trova che esiste una differenza? Crede che la scrittura richieda una certa inclinazione diversa a seconda del pubblico cui ci si rivolge o dipende solo dall’abilità di chi scrive?

La scrittura è sempre soggettiva. Un libro ha il pregio di essere “duttile” nelle mani di chi lo legge: ognuno interpreta lo scritto secondo ciò che il suo modo di essere gli fa percepire. Ho scritto “L’amore delle donne” pensando soprattutto alle donne, ma con un inconscio desiderio che a leggerlo siano soprattutto gli uomini.

 

Erica Jong in “Paura dei Cinquanta” dichiara che il motivo per cui è difficile scrivere per una donna è il fatto che la Letteratura è maschile e maschilista: sono poche le donne che riescono ad emergere e ancora meno sono coloro che riescono ad avere uno stile personale che non faccia riferimento a esempi maschili. Molte scrittrici contemporanee si lasciano relegare al ruolo di narratrici di romanzi rosa, per cui la scrittura femminile è diventato solo un genere, con i suoi canoni e il suo pubblico ben delineato. Lei è una donna e una scrittrice originale. Quale crede siano le strade che le autrici dovrebbero intraprendere per costruire una letteratura che sia femminile ma non di genere?  

Le donne hanno una percezione diversa del mondo. Non parlerei di scrittura al femminile, piuttosto esiste un modo di interpretare la realtà, di affrontare un argomento, che appartiene solo ad una donna: la capacità di accoglienza, di introspezione, il compito salvifico di cui spesso una donna si fa carico, e soprattutto la capacità di amore che per una donna è l’attività principale.

 

Lei vive circondata da figure di uomini forti e di donne ancor più forti: se nel suo libro sono onnipresente le figure maschili di suo padre, dei suoi mariti, di suo figlio, sono ancor più forti, come un canto di sottofondo, imprescindibile ma imponderabile quelle femminili, in particolare quella di sua madre. Lei vive ed è riuscita ad avere successo in un mondo in cui spesso le donne costituiscono l’architettura e gli uomini firmano gli stucchi. Si è mai sentita denigrata nel suo lavoro per il semplice fatto di essere una donna e una donna avvenente? 

Sono cresciuta in una famiglia al femminile: dalle donne ho imparato la forza e la capacità di sostenere i nostri uomini senza apparire, quando serve. Mi è capitato spesso, lavorando con mio marito, di collaborare ai suoi film senza avere il nome nei titoli di testa, ma non per questo mi sono sentita sminuita. Io e lui siamo “una società per amore” e ognuno fa la sua parte. Io non entro in competizione con gli uomini sul lavoro. Certo per me, diciamocelo, non è facile non apparire seduttiva, ma è così: io non seduco, fronteggio, dialogo, patteggio con gli uomini, a volte ho il ruolo di comprimario, ma non li sfido e soprattutto non li prevarico. Il punto è avere coscienza del proprio ruolo e viverlo serenamente, non prendersi troppo sul serio.

 

Lei ha scritto numerosi libri, ma ancor più numerosi soggetti e sceneggiature. Come cambia, se c’è una differenza, tra scrivere per l’editoria e scrivere per il cinema? 

Un libro spesso lo scrivi di getto, una sceneggiatura la devi costruire, magari su un libro, o un soggetto, scritti di getto. Ricordo che un produttore, all’inizio della mia carriera, mi disse: “Tu sei una creativa, sei un fiume in piena, hai bisogno di un argine”. Ecco, lo sceneggiatore è uno che sa dare un’impalcatura alla storia, una logicità, un percorso. Scrivendo per il cinema devi tenere conto di quello che vuoi far vedere allo spettatore, mentre il lettore immagina ciò che vuole.

 

(Pubblicato sul numero 27, Novembre - Febbraio 2005 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)

 

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