SULLE TRACCE DI MONTALBANO

 

Andrea Camilleri si racconta tra gialli e romanzi storici e una sorta di rimpianto della filicità.

 

Non è difficile capire perché Andrea Camilleri abbia tanto successo presso il pubblico che sia o meno dei suoi lettori.

Quando improvvisamente “appare” nella sala più grande della fiera del Libro di Roma, il pubblico esplode.

Per prima cosa per quella capacità istrionica di affascinare con la parola e con il silenzio, qualcosa che ricorda il teatro, che sa di gioco delle parti. E la parte è quella del gatto con il topo, e il gatto è lui, che con la sua grazia affabulatoria, con la sua vivacità intellettuale dice ben più di quel che pronuncia.

Ride, quando qualcuno dice che parla proprio come Fiorello, sorride lui che dei mass media ne ha masticati tanti, sapendo quanto anche questa ilare e a volte sfacciata ironia faccia parte del gioco del successo.

È vecchio, Andrea Camilleri, e il dolore di una vecchiaia che si è accanita sul suo corpo lo fa diventare puro spirito, estroflette la sua anima che si fa oralità e verbo.

Sa benissimo che ha ancora troppo da dire e forse non avrà abbastanza tempo per dirlo, per questo, dice, “Ho già scritto l’ultimo capitolo di Montalbano, per evitare che la morte arrivi primi di me”. E ci parla di lui, della sua creatura e della sua ultima avventura, Le ali della Sfinge.

 

Cosa accadrà ne Le ali della Sfinge?

Il romanzo tocca il tema del volontariato e delle sue ambiguità, e contemporaneamente Montalbano ci porterà a vedere uno scorcio del mondo dell’immigrazione, più o meno clandestina.

Eppure contemporaneamente, questo libro affronta il tema della vecchiaia. Viviamo in un’epoca in tutto invecchi in fretta e anche Montalbano si sente più vecchio.

 

Come fa Montalbano a sentirsi più vecchio?

Prima di tutto è invecchiato psicologicamente. Tutti coloro che commettono omicidi sono degli stolti. Il delitto perfetto non esiste, se non per imperfezione degli investigatori.

Montalbano ha sempre risolto i suoi casi, ma a lungo andare questo lo ha usurato, logorato. Si può quindi percepire un piccolissimo accenno di schizofrenia. Montalbano segue le tracce delle orme sulla sabbia e questo romanzo racconta una sorta di frantumazione del mio protagonista.

Salvo si trova a confrontarsi con l’altra da sé, e quando questo accade nella letteratura, il primo finisce sempre male.

Quando si è giovani, basta poco per essere felici. Con l’avanzare dell’età, questo non capita più tanto spesso.

Credo in effetti di stare riversando sulla pagina una sorta di malinconia che mi sta attanagliando, una sorta di rimpianto della “filicità”

 

Torniamo un attimo alla genesi dei personaggi di Montalbano. Chi è Catarella? 

Catarella era l’attendente di mio padre. Il linguaggi di Catarella è preso invece dai pupari, i maestri dei teatri di burattini, i Pupi.

 

Ma Salvo e Livia si sposeranno prima o poi? 

Impossibile! Salvo e Livia sono una coppia di fatto! Stanno pensando di fare i PACS!

 

Perché non parla mai della Mafia nei suoi libri? 

Non mi chiamo Leonardo Sciascia e trovo che parlare della Mafia in un romanzo sia una sorta di nobilitazione. La Mafia non merita nemmeno la peggiore letteratura: a parlarne, si finisce coll’esserne correi.

Eppure in qualche modo la Mafia è presente nei miei romanzi, è un disturbo, un rumore di fondo.

Ma per fortuna c’è qualcosa che sta cambiando in Sicilia. 

 

In che senso?

Nei miei romanzi non ho mai pensato di intraprendere una lotta agli stereotipi, eppure devo riconoscere che per quanto non si noti, la Sicilia cambia. Ad esempio, fino a poco tempo fa, se si sentiva uno sparo in strada, si chiudevano le finestre e si scrollavano le spalle dicendo “fatto loro”.

Ora siamo arrivati alla consapevolezza che i fatti loro sono anche nostri.

E allo stesso modo è cambiato il senso della famiglia, da sempre circondata da mura altissime non a protezione degli estranei, ma per evitare che i figli potessero guardare al di fuori e uscire dal guscio.

 

Quanto è presente la realtà nei suoi romanzi? 

I romanzi attingono sempre dalla realtà. La realtà italiana di questi anni sta entrando nella storia.

 

Che cos’è un delitto? 

Il delitto va visto sempre sotto diversi aspetti, come fatto artistico o come produzione del delitto.

In questo secondo caso, il male è parte attiva nella produzione del delitto, che è in qualche modo utile e necessario. Ci sono infatti poliziotti, giudici, giornalisti che non avrebbero altro da fare se non ci fosse il male.

Poi ci sono i criminali assoluti e quelli sono i crimini che riguardano la politica.

Purtroppo però la verità spesso non coincide con la giustizia per cui se ne distacca, si allontana prima di mettere le mani sulla giustizia.

Talvolta per scoprire la verità, Montabano utilizza la recita. È una tecnica che utilizza per disorientare chi gli sta davanti, per forzare le difese dello spettatore, così come l’improvvisazione.

Attraverso l’improvvisazione infatti, è possibile modificare la linea del già deciso e studiare la reazione di chi gli è davanti.

 

Quanto ha tolto Montalbano allo scrittore Camilleri?

Come impegno non ha tolto poi molto: sono assolutamente in grado di dire a Montalbano di stare al suo posto. Sono altre le cose che in qualche modo rimpiango. Ad esempio il fatto che la critica non cambia mai. Georges Simenon era stato catalogato come autore di romanzi gialli. Forse senza Montalbano il giudizio critico nei miei confronti sarebbe stato meno inquinato.

 

Ha mai pensato di scrivere in italiano? 

Bè, non ne sono capace! Scherzi a parte, non saprei scrivere diversamente da come scrivo, e penso che la necessità del ricorso al dialetto sia nata da una certa difficoltà oggettiva a utilizzare l’italiano.

 

Come è il suo rapporto con i traduttori?

Sicuramente i miei traduttori sono degli amici, persone che hanno sempre dimostrato un impegno molto serio, in particolare i francesi, gli svedesi, i greci, gli olandesi.

Credo che la difficoltà maggiore sia quella non di tradurre, ma di ricostruire una lingua che possa essere affine alla mia, soprattutto per i romanzi storici e tra essi per “Il re di Girgenti”.

Posso dire però che tra tutte, la traduzione che ho più amato è quella francese, che ha cercato di rendere la mia scrittura con una sorta di francese ecumenico.

 

 

(Proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)

 

Commenti

Commento di: angelo

il sommo non sbaglia mai parola mia di pirsona personalmente.( catarella)