LA NATURA PERVASIVA DELL'AMORE

Incontro con Corrado Calabrò

 

Corrado Calabrò ha due anime: da una parte quella rigida dell’uomo di legge, dall’altra la voce leggiadra del poeta. Eppure raramente queste due spinte si compenetrano meglio, fornendo alla curiosità ondivaga del poeta, la struttura forte e salda dello studioso.

Ecco quindi che la razionalità, lo spessore intellettuale, la conoscenza approfondita della tecnica si fa coro, scheletro, prato sul quale le parole si aggirano in un ordine nascosto ma concreto, intangibile ma ineluttabile.

La passione come motore immobile è il nodo centrale di queste poesie, che si sgranano come uno struggente canto lirico.

Parlare d’amore oggi è come gettare i dadi e sperare in un doppio sei: non è solo rischioso, è un vero azzardo. Nell’epoca della comunicazione di massa, sembra che anche i sentimenti siano stati catalogati e banalizzati. E allora c’è da domandarsi se davvero ha un senso parlare di poesie d’amore, se non si cada in un’ovvietà priva di luce.

Corrado Calabrò, ci ha fatto sedere nel suo studio.

E ci ha spiegato le sue ragioni.

 

Perché “Poesie d’amore”? Qual è il rapporto tra la poesia e l’amore?

Parlare della poesia d’amore è grosso rischio. Scrivere dell’amore così come dell’eros in modo nuovo e più avvincente è piuttosto difficile, in quanto se c’è qualcosa che tutti hanno provato e di cui tutti hanno scritto è l’amore. Eppure ogni esperienza d’amore è unica.

Per la prima volta è stato l’editore a propormi questo titolo, convinto che Poesie d’Amorepotesse attirare il pubblico. E infatti il libro va a ruba. Letteralmente:una mia amica l’ha lasciato sul sedile del treno e non l’ha più trovato.

Perché l’amore? L’amore ha un substrato comune con la poesia. Milioni di persone vorrebbero parlare di poesia perché sentono di aver intravisto qualcosa che li ha captati in una maniera diversa da qualsiasi altra dimensione, più sfuggevole e più incancellabile al tempo stesso. Perché ci si innamora quando l’amore complica la vita? L’amore, come la poesia, è come la massa mancante all’universo visibile, non ne è chiara la funzione, non c’è alcuno strumento che ci permette di percepirlo materialmente, di toccarlo, di pesarlo, c’è addirittura chi ne nega l’esistenza. Giovanni Agnelli diceva che l’amore è per le cameriere. Eppure, senza questo supporto oscuro tutto l’universo delle relazioni interpersonali collasserebbe. L’amore rompe la scorza del nostro ego, ci proietta verso l’altro da sé, ci rende disponibili a un’interazione che schiude la finestra del nostro egotismo; la poesia si porge all’altro, e credo dovrebbe farlo con la modestia dell’ottico che tende la lente che ha in mano nella speranza che si adatti bene all’occhio e possa migliorare la visione prima confusa. Anche la poesia deve interagire, deve fuggire dalla tentazione dell’autismo.

La poesia non può essere facile quindi non può essere meramente piacevole, però deve avere qualcosa di avvincente fin dalla prima lettura, perché una vera poesia si distingue da una falsa poesia, se è ben scritta soltanto alla quarta o alla quinta lettura. Ma la poesia deve essere avvenente come una bella ragazza che passa e ci fa fantasticare su chi sia e dove vada e se mai la sua strada si incrocerà con la nostra: se è repellente e sgraziata a nessuno interesserà sapere la sua destinazione e il suo percorso di vita.

 

Come mai ha scelto di proporre una raccolta di poesie d’amore?

Due sono i temi ispiratori della mia poesia, il mare, che fa da organo, da sfondo, da coro greco, e l’amore.

Questa è una raccolta tematica delle poesia d’amore che credo crei alla lunga una sequenza intrigante, che dimostra come in me l’amore raramente è isolato da un contesto ambientale, più spesso è infuso e trasfuso nella natura ed è sintomatico della pervasività dell’amore e quindi della poesia anche nelle menti più apparentemente antipoetiche.

L’io che scrive è sempre diverso dall’io che vive, ma l’impulso originale deve essere genuino e irresistibile.

L’amore coadiuva, fa tornare a esigenze insopprimibili, ti fa sentire una mancanza come la presenza irrimandata di un’assenza che è poi il modo più suggestivo per avere dentro qualcosa, fa emergere l’inadeguatezza in qualsiasi rapporto perché l’aspettativa con cui qualsiasi rapporto nasce si stempera poi nella ripetitività dei contatti quotidiani perdendo la sua presa fulminante.

Ma nell’amore sembra davvero che si rompa la monade dentro la quale ognuno di noi è chiuso per trovare qualcosa che ci coniuga e ci declina al tempo stesso.

 

Come la poesia può essere una chiave interpretativa dell’amore, può diventare anche un grimaldello per comprendere il mondo?

In questi anni la poesia si è chiusa in una forma di intellettualismo che non è una espressione di intelligenza. La cosa che mi sbalordisce è che la poesia è diventata così tanto intellettualee celebrale, perché si costruisce attraverso degli artifici di cui ci si compiace, ma chi la scrive, come un bambino presuntuoso, non sa nulla di astrofisica, che è quella scienza che domina il nostro mondo e che ha preso il posto della filosofia e della metafisica. L’astrofisica oggi cerca di fornire delle spiegazioni in maniera magari immaginaria e senza riscontri in quella maniera che è sempre stata peculiare della filosofia. Certamente non potremo mai conoscere quello che ci circonda, per quanto oltre si possa spingere la conoscenza umana sarà sempre un’isola infinitesimale in un oceano d’ignoranza, ma almeno si dovrebbe cercare di esplorare la propria isola e non rimanere sui bordi come chi sulla battigia si compiace di far le mosse del nuotatore e non si addentri nell’acqua per nuotare. Le forze umane sono limitate, per cui non si potrà andare lontano, ma si dovrebbe almeno tentare di nuotare, di solcare il mare per vedere se si riesce a attraversare la soglia al limitare del nuovo giorno. Ma chi rimane sulla riva compiacendosi della perfezione del suo stile si confina in un velleitarismo che veramente non conduce a nulla.

La tecnica, un certo gusto profondo della parola e della combinazione della parola, sono certamente necessarie, ma poi occorre un’emozione forte che spinga il linguaggio oltre i limiti della convenzionalità cui è racchiuso perché come diceva Nietzsche, ogni parola per il fatto stesso di essere stata usata è un pregiudizio, ha già un suo significato.

La sfida del poeta è dire qualcosa di nuovo usando qualcosa di logoro e abusato, come le parole. È un po’ come il mistero dell’eucarestia, in cui si vuole evocare la presenza divina usando il pane e il vino:occorre la fede, per chi ce l’ha e la poesia è qualcosa che deve contagiare altri, e il poeta dovrebbe essere un po’ come un nuovo Lutero che è’ riuscito a dare al suo tedesco una tale forza innovativa da coinvolgere chi lo ascoltava. È la passione, mediata dall’intelligenza, ma l’intelligenza da sola, privata della passione è inerte e non conduce a superare l’espressione, a quel trasalimento dell’anima che è il segno del superamento di una soglia di espressione o perlomeno di un’illusione di tale superamento che sia contagioso e trasmissibile.

 

Qual è il ruolo della poesia, oggi?

Io credo che il bisogno della poesia non sia mai scomparso. Secondo un sondaggio Datamedia 12, 15 milioni di italiani scrivono poesie. È una cosa strana perché siamo in un’epoca logorroica in cui si parla ovunque, in televisione, alla radio, ai cellulari. Eppure in tanta sovrabbondanza di parole, il bisogno della poesia nasce dalla carenza del linguaggio. Ricorriamo alla poesia quando vogliamo dire qualcosa di assolutamente nostro, unico e indicibile. Chi più del papa ha accesso ai media, eppure, perfino il papa ricorre alla poesia. Che poi ci riesca o meno poco importa, perché di fronte alla poesia siamo tutti allineati sulla soglia dell’inadeguatezza e il verso giusto può farsi trovare da una casalinga come Emily Dickinson piuttosto che da tanti professoroni.

Ma dal ’63 ci si è chiusi in cenacoli più o meno esoterici con un gravissimo difetto esiziale per la poesia, quello di stabilire a priori quale dovesse essere la poesia mentre la poesia è qualcosa di imprevedibile e non programmabile. Nessuno, neppure il più grande poeta, sa quando scriverà una poesia che sia veramente originale. Il poeta nasce ogni volta con la sua creazione, con l’innocenza di una nuova nascita.

L’errore esiziale che è stato commesso è quello di credere che unendo quelli che la pensano allo stessomodo e adoperano gli stessi filtri venga fuori un prodotto di denominazione di origine garantita. L’errore di fondo è scambiare il lavoro preparatorio, l’esercizio di laboratorio e la rielaborazione successiva con la poesia. È come se si scambiasse il riscaldamento di un giocatore con quello che farà in partita. Un atleta, per quanto valido, non sempre giocherà una buona partita.

Dirò di più, un autore, anche nei momenti più felici, non comunica quasi mai quello che voleva comunicare. Può riuscire ad indurre, ma la poesia non si trasmette per concetti, è una sorta di adopamina, un commutatore di banda che fa apparire sullo schermo qualcosa di diverso da quello che guardavamo,ma il messaggio va prima decodificato e poi ricodificato nel proprio intimo.

La poesia è come un fiammifero che illumina i particolari di un viso, ma per rendere la figura intera è necessario un poeta, che induca nell’altro un messaggio che nasca dall’intimo, e attraverso tale messaggio riesca a trasmettere il non detto, semplicemente attraverso una suggestione che deve essere recepita e rielaborata da colui che ascolta.

Questo è l’unica interazione in cui può funzionare la poesia.

 

Come viene recepito, secondo lei, il messaggio poetico dal pubblico medio della poesia?

Il rischio in cui si è confinata la poesia per tanti anni è stato l’autoreferenzialità. Oggi se ne sta uscendo, anche a rischio di cadere nell’estremo opposto, nella faciloneria, nelle banalità, nella convenzionalità, però è in ogni caso salutare uscire da questa sorta di onanismo e la partecipazione che c’è agli incontri di poesia, il fatto che la poesia è stata diffusa in milioni di copie, dà speranza: anche se non tutti approcceranno immediatamente la poesia, il fatto che sia disponibile fa sperare che prima o poi qualcuno sfoglierà una pagina e la capirà e la sentirà propria. Questo è incoraggiante perché la poesia tra i tanti svantaggi, ha il vantaggio inestimabile di poter aspettare: la poesia non ha fretta. E ciò è dimostrato anche dal fatto che anche la poesia di duemila anni fa, i lirici greci, ad esempio, può essere attuale, come un flash che illumina qualcosa di oscuro. Io credo che oggi negli incontri di poesia ci sia qualcosa di buono anche se tendono a prevalere le poesie più dirette che non sempre sono la più profonde, ma anche questo può essere un rimedio alla chiusura dei circoli esoterici.

La via uditiva è un modo per coinvolgere.

 

I giornali hanno fatto entrare nelle case degli italiani i volumi della poesia contemporanea, ma anche la televisione ha proposto occasionalmente la lettura di poesia. Cosa ne pensa?

Credo che ogni tentativo di interrompere delle abitudini inveterate, come in questi incontri in televisione sia positivo.

C’è sicuramente qualche aspetto negativo, ma è bene che ci sia un’attenzione alla poesia. Purtroppo non sempre la cosa funziona, come accade talvolta quando di offrono delle cose sublimi a un livello di comunicazione banalizzata. Ma altre volte i risultati sono stati sorprendenti, come quando a “Casa Raiuno” partendo dalla storia di Lancillotto, sono arrivato a leggere in maniera quasi integrale il Quinto Canto dell’Inferno, la storia di Paolo e Francesca, e inaspettatamente, quello è stato il momento di massimo ascolto della trasmissione.

Questo è indice della sete di poesia, come ha dimostrato anche Benigni quando ha letto l’Ode a Maria Vergine del Canto 33 del Paradiso.

I segni sono tanti, anche contrastanti, ma in prevalenza positivi.

 

In un mondo di comunicazioni così veloci, crede che i giovani siano interessati alla poesia?

Ho avuto molti incontri nelle scuole e i ragazzi che all’inizio apparivano insofferenti, sono stati coinvolti con facilità. Alcuni di loro mi hanno fatto leggere delle loro poesie e talvolta erano notevoli. Chiaramente hanno bisogno di un lungo cursus, ma qualcuno era molto dotato. Anche i ragazzi sentono il bisogno della poesia per comunicare in maniera non banale e non convenzionale.

Ho scoperto con piacere che non solo il figlio di una mia amica ha riconquistato la sua ragazza inviandole una mia poesia, ma che addirittura, ci sono alcuni ragazzi che si scambiano alcuni miei versi per SMS.

Insomma leggo questo ricorso alla poesia come un tentativo per cercare di istaurare un rapporto di intensità maggiore rispetto alle frasi correnti.

Se la canzone ben riuscita è un bel giardino, la poesia è la finestra che si affaccia nel cielo: si può non vedere niente, ci si può smarrire, ma l’orizzonte è l’assoluto. Si può parlare di cipolle come Neruda o di Dio ed essere banali. È la felicità dell’illuminazione che si trasmette.

 

(Pubblicato sul numero 24, Agosto-Novembre 2004 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)

 

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