CATTIVIK, MOLTO CATTIVIK. QUASI PULP

Incontro con Massimo Bonfatti

 

Cattivik sta morendo, ma la penna che lo disegna da più di quindici anni non si arrende e propone nuove sfide.

 

Massimo Bonfatti è uno che ha fatto la gavetta, uno che sperimenta sempre, uno che ha fatto della sfida un manifesto culturale.

Parlando con Massimo stupisce come, dietro il tono pacato della voce, sotto la dolcezza di quell’accento modenese che non può che intenerire l’animo e cullare la mente, ci sia il carisma di un carattere che ha scelto spesso la strada meno battuta, di una matita, che dopo anni di successi e migliaia di pagine scritte e disegnate, si sente sempre pronto a ricominciare.

Gli abbiamo mandato un messaggio nella bottiglia, e lui ha posato la valigia leggera con la quale viaggia e ha risposto alla nostra chiamata.

 

Massimo Bonfatti è giunto al successo del grande pubblico con Cattivik.

Come ha vissuto questa successo?

Più che di successo personale, credo si possa parlare del successo dei personaggi che ho disegnato, Cattivik, che è ormai sulla scena del fumetto italiano da più di trent’anni, Leo Pulp che è il primo fumetto umoristico di un certo rilievo nato in una casa editrice, la Bonelli, che per sua natura ha sempre dato molto spazio al fumetto d’avventura.

Se potessi scegliere tra il mio successo come “fumettaro” e quello delle mie opere, non avrei dubbi: il successo serve ai miei personaggi per vivere, ed è certamente più utile a loro che a me. Per il resto mi ritengo uno che fa il proprio mestiere onestamente, con impegno e dignità

Il successo, d’altronde è qualcosa che bisogna accettare fatalisticamente come una disgrazia o una malattia, dalla quale si può trarre anche qualche esperienza esistenziale utile e qualche beneficio indiretto ma che nessuno sano di mente si va a cercare.

 

Lei ha iniziato lavorando con grandi nomi come Bonvi, Silver, Clod. Come è nato l’amore per Cattivik?

Il mio rapporto con Cattivik nasce dalla mia adolescenza: lo amavo come lettore e ho continuato ad amarlo come autore, anche se poi, qualcuno ha voluto attribuirmi il merito di arricchire il personaggio con nuove caratteristiche.

Ho iniziato in una Modena che negli anni ’60 era una crocevia di interessanti esperienze artistiche e culturali, che affondavano le loro radici in tradizioni antiche e popolari come il teatro di figura, i giornali umoristici e satirici,i luna park, il teatro dialettale e popolare, i cantastorie, arti prive di impalcature teoriche che servissero a giustificarle.

A questi fumettisti, a questi burattinai, a questi musicisti capitava a volte di aver bisogno di qualcuno che potesse dare una mano e se eri abbastanza abile, appassionato e di poche pretese venivi tirato dentro.

Coi fumetti mi capitò qualcosa di simile, l’eredità che mi ha lasciato Silver ma anche Bonvi, Clod e tutti gli altri che ho conosciuto o coi quali ho lavorato è appunto questo: il senso di appartenenza che ci lega tutti in vario modo, come le radici di una famiglia

Silver era come un fratello maggiore per me, un modello da cui imparare non solo l’arte del fumetto ma anche l’approccio esistenziale all’essere autori di fumetti.

 

Come nasce e cosa è diventato Cattivik? Come ha vissuto l’eredità di Silver?

Cattivik è un personaggio ideato da Bonvi, che lo ha lasciato a Silver raccomandandosi di farne buon uso.

Quando è nato, più di vent’anni fa, era un personaggio gradevole, ma con poche storie e privo di una vera prospettiva, ma lentamente è riuscito a conquistare un pubblico sempre più ampio.

Molti autori hanno lavorato a questo successo, e più di una eredità, ideale o legale, mi auguro che mi venga attribuito un riconoscimento critico del mio contributo a farlo diventare quello che è oggi.

Del resto però è anche grazie a Silver che ho potuto “farmi le ossa” , imparando il mestiere e affinando le mie capacità: quando ho cominciato c’era solo tanta passione, ora credo di aver pagato con il mio impegno e la mia produzione il mio debito di riconoscenza.

Cattivik sta per chiudere: il n° 170 sarà probabilmente la fine di una lunga agonia dovuta a una gestione editoriale spesso irresponsabile e alla mancanza di un dialogo serio tra autori ed editore, ma credo che, come spesso accade, l’interesse della critica di settore non scemerà, anzi, probabilmente lo rivaluterà.

In ogni caso dubito che l’assenza di Cattivik si protrarrà a lungo, in edicola, sui teleschermi, magari al cinema così come purtroppo dubito che mi vedrà nuovamente come autore.

 

Cattivik è per molti ragazzi un buffo ometto che dice battute divertenti, per i grandi è la voce irriverente della critica sociale. Chi è per lei Cattivik?

Io ho sempre interpretato Cattivik come l’incarnazione della monelleria infantile che si giustifica da sola in quanto unica arma a disposizione di un essere debole e indifeso, ma nello stesso tempo libero e orgoglioso, per conquistare il mondo e cioè realizzare se stesso. Secondo me questo corrisponde a uno degli aspetti più veri e genuini dell’indole bambinesca.

In più Cattivik possiede una serie di difetti caratteriali, fisici, e mentali che assieme al resto costituiscono l’identikit del perdente nato che però non sa di esserlo e che per questa sua ignoranza ostinata dei suoi limiti e per la grandiosità dei suoi propositi assume quasi una valenza eroica. Credo chela facilità di immedesimazione dei lettori sia la chiave di volta del suo successo.

Se poi fai agire un personaggio così nel mondo degli adulti senza nasconderne certi aspetti di crudeltà, ingiustizia e stupidità, l’effetto di contrasto che se ne ha è dirompente e si evidenziano subito gli aspetti satirici, anche se il mio vero fine come sceneggiatore e disegnatore di Cattivik è sempre stato essenzialmente quello di divertire con qualunque mezzo e in qualunque modo.

Come fine mi sembra nobile, considerato che far ridere è una delle cose più difficili e sottovalutate al mondo.

Chi come me cerca di imparare quest’arte, sa quanto sia difficile, io non so fino a che punto riesco a raggiungere il mio scopo, ma credo che valga la pena di provarci. Talvolta scrivendo certe storie, mi sono divertito fino alle lacrime e penso che il mio lettore, quello che molto in comune con me, perché io mi sono nutrito dei suoi sogni e delle sue esperienze, non potrà far altro che rispecchiarsi e sorridere.

 

Come è nato invece Leo Pulp?

La casa editrice Bonelli aveva chiesto a me e a Claudio Nizzi, il principale scenggiatore di Tex, di scrivere una storia umoristica per la collana“ I Grandi comici del fumetto”, che aveva già aveva ospitato autori del calibro di Jacovitti, Bonvi e Cavazzano, Castelli e Terenghi.

Ci mettemmo a lavorare su un’idea di Nizzi e così è nata “La scomparsa di Amanda Cross”, la prima e finora unica avventura di Leo Pulp.

L’impresa per me si presentava ardua, perché volevo sperimentare una nuova linea grafica senza distaccarmi troppo dai fumetti che avevo fatto in precedenza, ma volevo cercare di non sfigurare troppo nei confronti di Nizzi e dei miei predecessori nella stessa collana, autori che stimo moltissimo; inoltre potevo finalmente mettere in pratica il mio concetto di essere autore che volente o nolente avevo assimilato da Bonvi e da Silver e rimasticato durante altre mie esperienze lavorative o artistiche.

Essere autore per me significa assumersi la responsabilità di scegliere e decidere su tutti gli aspetti che possono favorire o nuocere al personaggio.

Un fumetto è una creazione complessa e sono molti i fattori da tener presenti, io poi che per natura tendo a un certo perfezionismo e che pretenderei addirittura di divertirmi lavorando, riesco a complicare ulteriormente il mio lavoro alla ricerca di tutto ciò che mi immagino possa servire ad arricchire il mio disegno e le mie storie.

Ero orgoglioso di lavorare con un grande sceneggiatore come Nizzi e un editore importante come Bonelli ed ero gratificato anche dalla fatica che mi costava una prova per me così impegnativa perché rappresentava una sfida che mi avrebbe obbligato a migliorare di molto le mie capacità di disegnatore.

È stato un impegno oneroso, sotto tutti gli aspetti, al termine del quale ero provato nel morale e nelle finanze ma ne sono uscito, felice per il prodotto finito e con un accordo per un altro albo.

Il primo albo è stato accolto in maniera assai entusiastica, premiato dalla reazione sia di pubblico che di vendite, e questo ha dato la spinta decisiva per la realizzazione del secondo albo, di prossima pubblicazione, che ha raggiunto un risultato qualitativo anche maggiore, pur se con una fatica proporzionale al risultato.

Inoltre, è necessario sottolineare che Leo Pulp è un fumetto a colori, che implica perciò un investimento anche in termini economici per l’editore, assai maggiore dei normali albi in bianco e nero e già per questo si può considerare una sfida.

Beninteso, con questo non dico che i fumetti tipicamente Bonelliani siano di bassa qualità, anzi, al contrario, spesso la qualità dei testi e dei disegni è altissima e in certi casi si può veramente parlare di fumetto d’autore.

Purtroppo, nonostante sia stata presa in considerazione l’ipotesi di farne un serie regolare, le produzioni bonelliane seguono periodicità mensili, al massimo trimestrali, e considerando il fatto che non sono stato in grado di terminare il secondo albo nell’anno che mi ero prefissato, mi rendo conto che l’impresa comincia a diventare impossibile.

A mia discolpa posso solo dire che nell’impossibilità di lavorare al pieno delle mie possibilità, ho cercato di salvaguardare almeno gli obiettivi principali: innanzitutto quello di non deludere i lettori e in secondo luogo quello di conservare un minimo di qualità nella mia vita privata.

 

Leo Pulp è un fumetto alquanto differente da Cattivik, prima di tutto per la scelta di utilizzare il colore.

Inoltre, con questo personaggio, riprende in mano lo stereotipo del detective hard-boiled alla Marlowe o Sam Spade. Eppure, nonostante le premesse, anche Leo Pulp è un personaggio ironico, cinico e romantico, come in fondo è anche Cattivik.

E’ vero, alla base di entrambi c’è un certo gusto scettico e disincantato di vivere, che nel caso di Cattivik esplode in cinismo e misantropia, ma sono comunque due fumetti dove l’ironia e l’umorismo- più misurati in Leo Pulp e più spinti in Cattivik- salvano la situazione spostando il punto di vista su un piano più surreale e giocoso.

Certamente sono entrambi personaggi volutamente stereotipati, infatti se Cattivik nacque come parodia dei fumetti “neri” degli anni ’60, Leo Pulp è l’esplicita reincarnazione del classico segugio dei romanzi polizieschi a basso prezzo (pulps) e della grande stagione dei film di genere “noir” ed “hard-boiled”americana.

Il colore ha arricchito molto i pregi del fumetto e il merito spetta ai bravissimi coloristi: Cesare Buffagni per il primo albo e Alex Rossini per il secondo hanno saputo interpretare con intelligenza e sensibilità quella che io considero “la colonna sonora coloristica” di Leo Pulp.

 

Quali sono stati i fumetti cui ha tratto spunto per la sua attività di autore?

Come dice Will Eisner uno dei maestri indiscussi del fumetto mondiale: l’importante è scegliersi un autore che piace e sapersi inventare i modi per studiarselo.

Sicuramente ho imparato da coloro coi quali ho iniziato a lavorare, ma ho amato molto anche altri autori come Magnus e Pazienza, dai quali ho cercato di trarre qualcosa.

Naturalmente li ho imitati come potevo, all’inizio cercando disegnare “alla maniera di…”, o magari tentando di imparare alcuni aspetti che mi avevano colpito.

Ricordo ad esempio fumetti, disegni, vignette con facce alla Segar, scene alla Quino o alla Mordillo, tratteggi alla Moebius, figurine alla Steimberg, animali alla Manning, posture alla Cavazzano, dialoghi alla Jacovitti, panneggi alla Giardino e così via.

Ci sono poi fumetti e autori che non ho studiato per niente ma che ammiro, osservo e seguo con molta attenzione, e probabilmente anche questo è un modo di imparare, ma in fondo si trae spunto anche da altre fonti, dalla lettura dei giornali, all’osservazione diretta della vita quotidiana, ai propri interessi culturali.

La creatività si nutre di qualsiasi cosa possa produrre un effetto intellettivo o emotivo.

Certamente la mia curiosità intellettuale mi ha impedito di scegliermi un modello di riferimento univoco, un maestro da cercare di imitare tenacemente, scelta che magari mi avrebbe permesso di progredire in modo più organico e funzionale, ma mi avrebbe privato, magari di quelsenso di meraviglia che la diversità dei vari stili ha sempre suscitato in me.

Per il resto, lascio ai critici, sempre che ne abbiamo voglia, di andare a individuare le radici del mio tratto, che non è personale né ideale, ma sicuramente frutto di una sorta di felice contaminazione.

 

L’aspetto stilistico di Leo Pulp ricorda il talento grafico di Jacovitti, in parte per la cura della linea, in parte anche per la fisionomia dei personaggi. Eppure qui si possono riscontrare inquadrature più ardite, un certo movimento nell’illustrazione.

Amo molto Jacovitti e forse c’è in Leo Pulp qualcosa del suo stile, soprattutto nel gusto del dettaglio.

Un grande artista è come un grande albero, vive e sparge intorno a se milioni di semi che il vento può portare in capo al mondo: le sue idee, le sue intuizioni, il suo senso del bello sono come il suo DNA che continua a venir trasmesso e mischiato con quelli di altri che lo hanno amato e non è facile, specie per uno spirito libero come il mio, capire da dove arrivano tutte le contaminazioni che rivelo inconsciamente nel mio lavoro.

Mentre disegno mi capita di pensare quale autore sarebbe più adatto a rendere una panoramica o un’atmosfera, ma talvolta il tutto si trasforma in una forma di felice incoscienza.

 

È possibile attribuire al fumetto, per la sua capacità di penetrazione sociale, la possibilità d farsi portavoce di idee, riflessioni, analisi pur nella apparente frivolezza del mezzo?

E’ più che possibile.

Il fumetto è sempre stato veicolo di idee più o meno profonde o nobili, come tutti gli altri medium comunicativi: se fatica ad essere considerato una forma d’arte è perché è ancora vivo il pregiudizio secondo il quale se una cosa è popolare non è arte.

Io invece penso che sia vero il contrario: più un mezzo espressivo comunica con la moltitudine degli uomini più è importante.

D’altro canto, il pittore che sviluppa la sua ricerca formale, lo fa nella speranza di essere capito, non solo dal ricco collezionista ma anche dalla gente comune.

Il fatto poi di essere un medium “bastardo”, dal momento che rappresenta un amalgama di testo scritto e di immagini, rende il fumetto ancora più duttile e adattabile alle più disparate occasioni comunicative, e inoltre ha il vantaggio di essere un mezzo di espressione estremamente economico, come la poesia: basta un po’ di carta e una pennachiunque abbia passione e determinazione può fare il suo fumetto e raccontare con la stessa intensità storie che costerebbero molto di più se dovessero essere raccontate in un film o in teatro.

Grazie a questa facilità, l’occhio attento può trovare nel marasma dei fumetti pubblicati, qualche idea genuina e interessante, idee che spesso vengono ignorate da chi pretende di cercarle con troppa sufficienza.

In un mondo in cui sembra che la televisione sia l’unica forma di comunicazione, il fumetto è riuscito a produrre capolavori e l’influenza reciproca tra il fumetto e le altre forme espressive, è enorme.

È vero che il fumetto non ha ancora assunto lo status di arte, ma forse il premio Pulitzer vinto da Art Spiegelman per “Maus” è indice che qualcosa sta cambiando.

 

Chi sono gli autori di fumetti oggi? Quale direzione sta prendendo il fumetto, e quale, a suo avviso, sono le proposte più interessanti?

Molte sono le proposte interessanti, da quelle storiche, come quelle proposte da Bonelli o dalle edizioni Astorina - quelle di Diabolik, per intenderci - alle collane di Repubblica, alla seriela serie Rat-man, caso più unico che raro di fumetto d’autore che raggiunge un grande pubblico.

Proposte coraggiose e pregevoli come la BD, la Black Velvet, la Punto Zero, la Coconino press, la Vittorio Pavesio, la Kappa edizioni, la Innocent Victim fanno capolino nelle librerie, e mentre si moltiplicano i siti internet dedicati al fumetto come AF anonima fumetto e UBC, le manifestazioni fumettistiche, (Lucca, Napoli, Roma, Bologna…), le scuole di fumetto,sempre maggiore spazio acquista la discussione critica sui quotidiani, nella scuola, nelle tesi di laurea, nelle enciclopedie.

I fumetti sono entrati nei musei, al cinema, in teatro, hanno manifestato per i diritti civili, sono stati strumento di sensibilizzazione civica e culturale.

Il fumetto è come un virus, estremamente poliforme, adattabile, imprevedibile.

Il fumetto non è mai stato in crisi come mezzo, più spesso il fallimento è ascrivibile a gestioni non oculate, tanto in tempo di crisi o quanto in quello di successo: il pubblico ha spesso premiato gli editori più audaci, che hanno avuto il coraggio di battere anche strade più sdrucciolevoli.

Per il resto, credo che lo sviluppo di un’arte dipenda anche molto dalle condizioni in cui versa il suo artefice, e certamente una legge sul diritto d’autore antiquata e lacunosa, la mancanza di una normativa che regoli i rapporti tra autori, agenzie, editori, l’ostracismo da parte dello stato, degli enti e delle istituzioni culturali a tutti i livelli, di certo non facilita tale crescita.

Finalmente oggi esiste un sindacato, il SILF che può migliorare di molto le condizioni degli autori e l’associazione Anonima Fumetti che cerca di consolidare la dignità del fumetto in Italia, ma dovrà crescere ancora molto il senso di dignità per questo mezzo tra gli operatori del settore e nell’opinione pubblica, prima che il fumetto possa dare in Italia i risultati che dà in altri paesi.

 

(Pubblicato sul numero 25, Dicembre-Febbraio 2005 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)

 

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