BENNI: “MANDO L’ARTE IN FUMETTO”

Eclettici/Lo scrittore confessa di amare molti linguaggi.
E parla del suo "Capitan Patchwork" trasformato in strisce

 

Anno 2156: il mondo è stretto nella morsa dell’inverno nucleare e diviso in blocchi contrapposti. Le tre federazioni sineuropea, giapponese, aramerorussa combattono per il dominio del mondo mentre le riserve energetiche della Terra sono ormai al collasso.

Stefano Benni ci descrisse così, nel libro Terra, che lo impose all’attenzione del pubblico e della critica, il possibile scenario di un mondo post-apocalittico e raramente un libro si è rivelato più drammaticamente profetico, e il freddo intenso che ha attanagliato metà del globo in questo inverno polare e le riserve di gas che diventano ogni anno più esigue sembrano volerci ricordare che la natura reagisce sempre in modi imprevedibili alla sconsideratezza dell’uomo.

Dopo oltre vent’ anni dalla sua pubblicazione, l’Eura editoriale omaggia Benni proponendo una interessante rielaborazione della storia di Capitan Patchwork che è forse il racconto più noto del romanzo Terra. Dopo aver ottenuto un importante consenso in Francia per le edizioni Nucléa viene oggi presentata per la prima volta in rivista in Italia sul numero 9 e 10 Skorpio oggi in edicola.

Mentre insegue le tracce di un misterioso pianeta perfetto, Chulain, esploratore spaziale di dubbia moralità, racconta ai suoi compagni una storia che appartiene alla sua giovinezza, di quando le grandi astronavi partivano da Naturanucket a caccia delle Testediferro, le grandi meteoriti cariche di minerali preziosi, una storia che parla della nave Grampus e di un uomo cui è rimasto di originale solo un polmone di nome Paul e un sogno, quello di passare alla storia come l’uomo che ha arpionato la grande balena bianca, la Testadiferro più grande mai catturata: il capitano Quijote Patchwork.

Tra balene e sirene, stelle, pianeti e meteoriti, tra un codice picaresco a metà fra un passato glorioso e un aspettato futuro, la penna veloce ed arguta di Benni dipinge la passione e la paura, la follia e la determinazione.

Spartaco Ripa, che si è occupato della sceneggiatura della storia in stretta collaborazione con Stefano Benni, dà corpo al mondo iconografico di Capitan Patchwork, attraverso un uso originale del colore e un utilizzo sapiente delle luci e delle ombre: il suo tratto sintetico, le sue tavole colorate a mano e il suo background di apprezzato pittore gli hanno permesso di avere un largo seguito anche presso il sofisticato pubblico francese.

L’anno 2136 fu un anno speciale per la caccia alla Testadiferro…

Come un novello Achab, ma venato di quell’ironia davanti alla quale Benni non si tira mai indietro, Patchwork insegue la sua balena bianca nel quadrante più pericoloso dell’universo.

D’altronde per poter riuscire nell’Impresa è necessario saper rischiare e avere la forza di essere considerato folle dai propri compagni di viaggio.

Capitan Patchwork è una favola agrodolce sulla vita e sulla ricerca, sulla profondità e su quella forza che hanno talvolta gli uomini mossi da grandi ideali di saper ridere in faccia alla morte, ed insieme è un gioco, un piccolo omaggio a Melville e alla sua Moby Dick, e ovviamente a Cervantes e al cavaliere più improbabile della storia della letteratura.

Ma cosa spinge uno scrittore a declinarsi nel linguaggio del fumetto? Lo abbiamo chiesto direttamente a Stefano Benni.

 

Come nasce l’idea di trasformare il racconto Capitan Patchwork in un fumetto? 

E’ un’idea del disegnatore, Spartaco Ripa, me l’ha proposto e io sono stato ben contento.

 

Qual è il valore aggiunto che il disegno può dare a un racconto come il suo?

Il disegno non aggiunge né toglie,trasforma in qualcosa di diverso. Leggere un libro è immaginare i personaggi, dare loro un volto. Qui il volto è immaginato dal disegnatore. E la narrazione ha ritmi del tutto nuovi.

 

Il romanzo Terra è di un’attualità stringente. Rushdieha recentemente dichiarato che il futuro non deve essere per forza così uniformemente fosco come si può immaginare a partire dall’analisi della situazione attuale. Lei cosa ne pensa?

Sì, Terra sembra scritto da pochi mesi.Non so di preciso cosa ha detto Rushdie. Ovviamente, spero che il nostro futuro non sia solo catastrofico. Penso però che il termine “progresso” sia un termine ormai falso, e usato ipocritamente. Un potere politico-economico criminale ci ha riportato indietro. Gli ultimi vent’anni sono stati di regresso, il mondo è peggiorato. Bisogna vedere se questa regressione ci fermerà.

 

In Margherita Dolcevita, il suo ultimo romanzo, ritorna alla fiaba, una favola nera, sempre in bilico tra ironia e tristezza. Da cosa deriva questa scelta?

Non è una fiaba, non ha nessuno degli stilemi della fiaba, ma in quanto narrazione immaginosa puoi anche chiamarlo fiaba, non mi dispiace. Le risate non sono tutte innocenti, ce ne sono anche di stupide, di meccaniche, di razziste. Basta guardare la televisione. L’umorismo critico, quello che piace a me, non può affatto salvare il mondo da solo. Può soltanto renderci un po’ più liberi .

 

La musica, il teatro ed ora il fumetto. Quale influenza ha la contaminazione dei linguaggi nella sua produzione artistica?

Fumetto ne ho fatto proprio poco. Comunque la mia inclinazione artistica è naturalmente poligama. Il teatro e la musica sono due mie grandi passioni giovanili, suonavo e recitavo ancor prima di scrivere professionalmente. In quanto al fumetto, ne ho letto tanto. Ora lo seguo meno, ma non dimentico le ore passate a leggere Linus e la mia amicizia e stima, ad esempio, per Andrea Pazienza.

 

(Pubblicato sul quotidiano "Il Messaggero" il 02/03/06, proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)

 

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