LA MORTE E LA FANCIULLA
Elisabetta Barletta è una delle colonne portanti dell’Eura editoriale.
Una ragazza decisa, coraggiosa, che è riuscita a imporsi con la forza delle sua grazia.
Ci racconta una serie di curiose coincidenze e quella più strana di tutte, di somigliare in maniera incredibile a uno dei personaggi che più ama della saga di John Doe: Morte
Quando Elisabetta Barletta ha varcato per la prima volta la soglia dell’Eura editoriale, i dubbi erano tanti. Il fumetto, si sa, è una casta in cui gli uomini tendono a perpetrare il loro predominio.
Eppure è bastato un solo numero per fare di questa ragazza di Salerno una colonna portante della grande casa editrice. Sarà per quella linea luminosa che attraversa tutto il disegno, sarà per quell’armonia che riesce ad esprimere, sarà la carica che le viene dalla passione per il tango argentino.
Le sue tavole riescono a colpire al cuore in maniera intensa, muovono le corde più recesse dell’animo come il canto del Sax che si diletta di suonare.
Una partitura, la sua, fatta di luci e ombre, di contrasti e assonanze, di corpi che si muovono flessuosamente pur nella durezza.
Le tavole della Barletta sembrano prendere vita dalle pagine, gli sguardi in tralice, i neri cupi e i bianchi brillanti sono frutto di una ricerca costante, di uno studio ininterrotto, di un parossismo verso il perfezionamento, di un gusto per il bello e per l’anatomia che offre al lettore con naturalezza.
Ride, Elisabetta, quando le dico che siamo nate a pochi giorni l’una dall’altra, “Sarà il destino che ci ha fatto incontrare”.
Ma il destino o il Fato, uno dei suoi personaggi preferiti, in realtà non può che accelerare i percorsi degli uomini, alla base c’è il lavoro e l’instancabile convinzione che i frutti prima o poi matureranno.
Come nasce la tua passione per i fumetti?
A differenza di molti disegnatori, mi sono accostata tardi al mondo dei fumetti. Solo dopo aver terminato il liceo ho deciso di iscrivermi alla Scuola Internazionale di Comics a Roma. E da lì è stato tutto un susseguirsi di esperienze fino ad arrivare all’Eura editoriale, prima con John Doe, per il quale ho creato il personaggio di Autumn Jones, Fato e poi per Detective Dante.
Tu hai disegnato il primo numero di Detective Dante,cosa c’è dietro la realizzazione di una serie?
Un lavoro immenso. Bisogna studiare tutto, le caratteristiche del personaggio, le ambientazioni, i vestiti, è un lavoro molto impegnativo.
Ho lavorato con gli sceneggiatori per più di otto mesi per riuscire a porre dei punti fermi che gli altri disegnatori avrebbero poi dovuto seguire. Penso per esempio al distretto di polizia, alle caratteristiche somatiche dei vari protagonisti.
Ma alla fine il risultato è stato soddisfacente.
Molti hanno definito il tuo disegno come quello più vicino ai canoni bonelliani e molti accreditano parte del tuo successo a una grande leggibilità del tratto.
Una scelta o una coincidenza?
A me piace il disegno anatomicamente perfetto. Mi piace che il realismo sia nella verosimiglianza tra quello che disegno e quello che potrebbe essere. D’altronde devo anche dire che sono nata a Salerno e sono cresciuta, dal punto di vista lavorativo, con gli esponenti della scuola salernitana come Brindisi, Coppola e De Angelis, che da anni propugnano l’uso della linea chiara.
Sarebbe stato difficile orientarmi diversamente, anche se, attualmente sto sperimentando altre strade.
Per esempio al momento sto pensando di rivolgermi anche a testate che non propongono uno stile realistico, anche soltanto per avere la possibilità di affrontare una nuova sfida editoriale.
Credo che sia importante avere una solida base dalla quale partire, ma non ci si può mai dire arrivati.
Tu sei l’unica donna nello staff di John Doe e Detective Dante e una delle poche che è riuscita ad emergere in un mondo particolarmente misogino. Come affronti questa realtà?
È indubitabile che il mondo artistico è ancora molto chiuso nei confronti delle donne.
Mi ricordo che diverse volte il commento più comune e più triste è stato che ero brava per essere una donna. Però è anche vero che talvolta questo può essere un punto a nostro favore. Proprio per il fatto di essere una ragazza, è più facile spiccare, si è subito riconoscibili.
Il vero problema di rapporti tra i sessi in questo, come suppongo in altri tipi di lavori in cui l’ambiente è prevalentemente maschile è il fatto che le donne vengono subito fraintese, non è loro permesso fare apprezzamenti o battute come agli uomini, mentre ai ragazzi tutto è concesso.
È piuttosto diffusa l’idea cheuna ragazza graziosa stia ottenendo dei buoni risultati più per le sue amicizie che per il duro lavoro che c’è dietro, ma in fondo, dopo un po’ si impara a non prestar orecchio a certe malelingue.
Io lavoro ogni giorno più di otto ore al giorno, e quando ho finito studio, leggo, cerco di imparare dagli altri. Io sono a posto con la mia coscienza.
A proposito di studio, quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente?
Ho studiato molto la storia dell’arte e mi ha influenzato moltissimo Escher, che ho avuto la possibilità di studiare dal vivo in Olanda, ma indubitabilmente, il mio autore di riferimento è Caravaggio.
Io credo che lo studio di Caravaggio sia assolutamente imprescindibile per chi disegna in Bianco e Nero per l’uso delle luci e delle ombre.
Nei miei disegni, le aree bianche e nere sono nette e tutta l’inchiostrazione è un gioco di vuoti e di pieni, di densità differenti che danno il senso dell’armonia.
Quando mi trovo di fronte a una tavola, cerco di valutare nel complesso tutte le componenti, non solo quelle cromatiche, ma anche le sensazioni che voglio comunicare con il disegno.
È un procedimento di astrazione che esula spesso dalla raffigurazione del disegno in quanto tale, credo che faccia più parte del processo di narrazione vero e proprio.
Come ti poni di fronte a una sceneggiatura? La segui fedelmente?
Devo dire che di solito cerco di seguire abbastanza fedelmente le sceneggiature, anche se studio spesso come poter migliorare le sequenze o le inquadrature.
Ma in fondo il mestiere di disegnatore ha molto meno di artistico di quanto le persone normalmente tendano a credere: certamente è un lavoro che rientra nell’ambito artistico, ma la libertà è quella delle 94 pagine, delle scelte personali, del gusto di disegnare le cose in un modo o nell’altro.
Per il resto io eseguo delle idee, le rendo concrete e vive, e riesco a portarle all’occhio del lettore.
Qual è il tuo personaggio preferito?
Da una parte sono fortemente legata a Autumn, la “mia” ragazza, il personaggio che ho pensato e disegnato io per prima.
Però se devo essere sincera amo moltissimo Morte, che è una donna forte, decisa, un po’ come sono anch’io, un po’ come vorrei essere.
E poi, mi somiglia tantissimo.
(Pubblicato sul numero 28, Marzo- Agosto 2006 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)
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