PASSEGGIANDO PER IL ROMAPOESIA FESTIVAL

Parola scritta e parola detta nel VIII Festival della Poesia di Roma

 

A Roma, dal 4 ottobre al 4 Novembre si è tenuto l’Ottavo Festival della Poesia. Un avvenimento di grande portata, che ha tentato di offrire una panoramica internazionale sullo stato dell’arte, sulle nuove tendenze della poesia, sulla funzione e sulle responsabilità che la poesia e l’arte in genere può e deve avere nella società contemporanea.

A chi scriviamo? Un’esigenza rinnovata di poesia come parola critica come igiene del mondo comemessa a punto di strumenti rigorosi di misurazione del mondo in questa società della comunicazione controllata moltiplicata e insieme interdetta.

La poesia non sarà mai genere di massa semplicemente perché non si rivolge a quelle parti dell’individuo che ci risolvono in uomo-massa la poesia come sede della comunicazione del desiderio della ragione.

Luogo di libertà del comunicare e del pensiero nella voce e della voce nel pensiero la poesia torna a guardare il mondo a sentirsi parte di esso torna a ridiventare salutarmene incerta di sé bastarda ibrida. (Nanni Balestrini)

Così Nanni Balestrini presenta quella che si può in qualche modo definire “la sua creatura”, il Romapoesia Festival, un appuntamento che è ormai diventato una realtà europea, grazie a un ampio comitato organizzativo che coinvolge intellettuali come Umberto Eco, Aldo Nove, Tiziano Scarpa, Lello Voce, alle nuove leve di giovani scrittori e agli autori internazionali, che si confrontano, cercando di proporre delle riflessioni sul significato più profondo della parola scritta.

Ma, in maniera del tutto inaspettata, lo scopo di questo festival è quello di uscire dalla pagina scritta, dalla poesia come fatto eminentemente letterario, per riscoprire il significato della parola detta, come quella forma di comunicazione popolare che, in qualche modo, la poesia ha sempre rivestito fin dalla notte dei tempi.

In questo senso, proprio per la vitale importanza della parola detta su quella scritta, Romapoesia festival ha voluto porre l’accento sul ruolo del poeta come portatore di parola, e considerando la grande attenzione che il pubblico ha tributato alle manifestazioni degli scorsi anni, sicuramente questa è una scelta che paga.

Contemporaneamente, questo Festival è anche quello dell’ibridazione, della contaminazione, che si estrinseca sia attraverso la partecipazione di autori provenienti da tutto il mondo, in quel meticciato culturale che si può considerare il volto positivo della globalizzazione, sia attraverso il confronto con le altre arti e l’innovazione tecnologica.

Questi due aspetti sono strettamente connessi, in quanto il comitato organizzatore ha tentato di sottolineare il fatto che l’arte tutta, e la poesia in particolare, è riuscita ad adattare alle proprie esigenze le invenzioni degli ultimi decenni. Una delle manifestazioni più interessanti in questo senso, è stata la presentazione presso L’Auditorium, Parco della Musica di Roma, del primo Festival Italiano di videoclip della poesia, realizzato in collaborazione con la Literatur Werkstatt Berlin. Come ha sagacemente spiegato Luigi Cinque, che di questa manifestazione è stato colonna portante, il videoclip di poesia sta alla poesia come il video musicale sta alla musica. In altre parole, è un modo per far interagire la parola con la musica e il linguaggio cinematografico. E proprio il Parco della Musica è stato, insieme anche all’Accademia di Santa Cecilia, uno dei luoghi di incontro tra la poesia e le altre arti, fossero la musica, il teatro o la performance coreutica. Il risultato è stata un’operazione altamente pervasiva e spettacolare.

All’interno di questo contesto, che ha avuto il supporto dell’Assessorato alle politiche culturali del Comune di Roma e il patrocinio dell’UNESCO, oltre che di numerose Ambasciate e Istituti di cultura stranieri, si sono confrontati oltre 150 artisti provenienti da tutto il mondo, per la maggior parte poeti, ma anche musicisti, attori e artisti visivi, e sono stati realizzati collegamenti con i festival di San Francisco, Chicago e Barcellona.

Libertà di parola, libertà di musica: il rapporto con la musica, che è in qualche modo centrale all’interno di questa edizione del Roma poesia Festival, ha tentato di valorizzare non solo le connessioni con la musica Jazz e l’improvvisazione, ma soprattutto la riscoperta del rap che, nato come mezzo di informazione dei ghetti, ha acquisito una sua autonomia artistica come parola parlata, all’interno del tentativo di ripercorrere i luoghi e i modi della tradizione narrativa a partire dal mondo arcaico fino alla modernità.

L’altra grande sfida che questo Festival ha affrontato, è quella di riuscire ad essere veicolo di comunicazione anche per quelle realtà così distanti sulla carta come può essere quella palestinese e quella israeliana: la serata del 13 ottobre, con la presenza contemporanea sul palco del Parco della Musica di Adonis, il più conosciuto dei poeti arabi e Nathan Zach, rinomato poeta israeliano, vuole essere una attacco frontale alla politica dei bombardamenti e del sangue e ha sottolineato il fatto che la poesia può parlare di pace forse meglio di altre voci che in apparenza dovrebbero essere deputate a parlarne.

Ma l’immanenza della poesia nella vita quotidiana è stata data anche dalla presenza di numerose altre iniziative, presentazioni di libri, reading di poesie, incontri con giovani autori, che hanno trovato ospitalità nei luoghi di Roma, a testimoniare il fatto che la poesia è un momento di verifica indispensabile della nostra società, non può essere relegata ad un aspetto meramente intimistico e autoreferenziale e, come diceva Voltaire, seppur non può cambiare il mondo, in qualche modo può aiutare a capirlo.

 

(Pubblicato sul numero 26, Maggio-Agosto 2005 della rivista Orizzonti, proprietà intellettuale Flavia Weisghizzi)

 

Commenti