LA SFIDA DELL'OPEN SOURCE

Il diritto d'autore in rete: copyright e copyleft

 

Dopo il tentativo fatto con Staroffice, la Sun Microsystem ci riprova con un pacchetto di applicazioni software costruito in rete, con la collaborazione di molti volontari.

Il sistema, che si chiama Open Office, è un’open source, che permette di scrivere, disegnare, gestire tabelle elettroniche e preparare presentazioni; inoltre, naturalmente, è provvisto di programmi di conversione per i corrispondenti formati Microsoft.

A differenza del pacchetto di Gates a cui il nome Office fa chiaro riferimento, OpenOffice è totalmente gratuito e scaricabile liberamente nei siti dell’organizzazione.

La decisione della Sun di creare un open sourceè stata presa nell’ottobre 2000, e i risultati, a quanto pare, non sono mancati se la versione 1.0 è considerata stabile ed è stata resa disponibile per quattro piattaforme: Unix, Linux, Macintosh e Windows.

Ma che cos’è e come nasce un’open source? Letteralmente, la dicitura “open source”, sorgente aperta, fa riferimento al fatto che, al momento in cui si viene in possesso di un programma – come nel caso di Open Office, o Word ed Excel di Microsoft - o di un sistema operativo – come ad esempio Linux o Windows – automaticamente si diventa proprietari anche del codice sorgente, ovvero della serie di “comandi” attraverso i quali il programma stesso “gira”.

La battaglia per l’open source o free software – le diciture, per quanto diverse, possono essere considerate sostanzialmente sinonimi – vede tra i suoi artefici Richard Stallman, inizialmente programmatore del Massachusset Institute of Technology, il quale, nel momento in cui le regolamentazioni sul diritto d’autore sul software proprietario hanno cominciato ad impedire uno sviluppo armonioso tra i gruppi di hacker1, ha deciso di fondare una nuova comunità successivamente definita GNU, il cui scopo principale fosse di riappropriarsi del diritto di modificare e migliorare i software in circolazione e il cui prodotto più ampiamente diffuso è il sistema Linux.

La parola-chiave del pensiero di Stallman è comunque libertà.

Il termine "free software" - il termine free in inglese significa sia gratuito che libero - non ha niente a che vedere col prezzo del software; si tratta di libertà. Ecco, dunque, la definizione di software libero: un programma è software libero per un dato utente se:

  • l'utente ha la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
  • l'utente ha la libertà di modificare il programma secondo i propri bisogni (perché questa libertà abbia qualche effetto in pratica, è necessario avere accesso al codice sorgente del programma, poiché apportare modifiche ad un programma senza disporre del codice sorgente è estremamente difficile);
  • l'utente ha la libertà di distribuire copie del programma, gratuitamente o dietro compenso;
  • l'utente ha la libertà di distribuire versioni modificate del programma, così che la comunità possa fruire dei miglioramenti apportati.

Poiché "free" si riferisce alla libertà e non al prezzo, vendere copie di un programma non contraddice il concetto di software libero. In effetti, la libertà di vendere copie di programmi è essenziale: raccolte di software libero vendute su CD-ROM sono importanti per la comunità, e la loro vendita è un modo di raccogliere fondi necessari per lo sviluppo del software libero. Di conseguenza, un programma che non può essere liberamente incluso in tali raccolte non è software libero.

Ma nato che sia un programma libero, come fare ad impedire che qualcuno ne facesse un software proprietario, soggetto perciò al diritto d’autore?Il metodo che il gruppo GNU s’inventò, fu di istituire il permesso d’autore.

Il permesso d'autore (copyleft) usa le leggi sul diritto d'autore (copyright), ma le capovolge per ottenere lo scopo opposto: invece che un metodo per privatizzare il software, diventa infatti un mezzo per mantenerlo libero.

Il succo dell'idea di permesso d'autore consiste nel dare a chiunque il permesso di eseguire il programma, copiare il programma, modificare il programma, e distribuirne versioni modificate, ma senza dare il permesso di aggiungere restrizioni. In tal modo, le libertà essenziali che definiscono il "free software" (software libero) sono garantite a chiunque ne abbia una copia, e diventano diritti inalienabili.

La sfida del free software è la sfida per una globalizzazione dal volto umano, e il copyleft rappresenta un metodi per scavalcare le multinazionali a favore dell’autore: quello che si può imparare da certe comunità è che il permesso d’autore, se esteso ad altre discipline, non ultime quelle artistiche e musicali, può consentire una diffusione del messaggio dell’artista non gravato dalle politiche di case editrici, discografiche etc. Pensiamo alle potenzialità di poter scaricare un brano MP3 o una poesia, senza infrangere i diritti di colui che l’ha composto: le idee circolerebbero meglio.

La rete corre più veloce delle barriere che vengono costruite, bisogna solo decidere da che parte stare.

 

(1) - Hacker è il termine che designa i programmatori e che in Italia è stato importato per definire i pirati informatici. Il nome corretto di coloro che compiono azioni dimostrative di puro vandalismo nella rete, tanto bloccando siti di pubblica utilità quando inviando a privati e aziende virus et similia è cracker.

 

(Pubblicato sulla rivista on-line L'Illustrazione letteraria, proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)

 

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