LA FALCE RUBATA
Scomodo, irritante, geniale, ritratto di un fumetto che si avvia a diventare un cult: John Doe
La Morte è diventata una Holding finanziaria, la Trapassati inc., con un ammanco di un milione di anime. I quattro cavalieri dell’apocalisse stanno organizzando un piccolo olocausto tra amici, giusto per pareggiare il bilancio. Ma c’è qualcuno che non è d’accordo.
Il nome di John Doe fino a qualche tempo fa era legato solo ai cadaveri senza nome o ai pazienti privi di documenti. Dire John Doe era come dire Mario Rossi, il signor nessuno, insomma.
Ma da un paio d’anni questo nome è legato indissolubilmente a una delle proposte più innovative del fumetto italiano, un mensile targato Eura che ha attirato l’attenzione di molti per l’originalità dei temi proposti.
John Doe è stato per dieci anni il direttore umano della Trapassati inc., poi ha scoperto che anche la Morte a volte, gioca sporco. Ha rubato la falce dell’Olocausto, impedendole, di fatto, di attuare il suo piano e si è involato in una folle fuga attraverso le strade dell’America.
Tallonato dai quattro cavalieri dell’Apocalisse e aiutato da entità come Tempo e Fato, John si trova sospeso tra un racconto “on the road” e situazioni surreali, nello sforzo continuo di tentare di dare un senso a quello che vede e di mantenere la lucidità anche nelle circostanze più folli.
Caratterizzato da una narrazione veloce e dalla contaminazione di numerosi generi letterari, John Doe si propone in qualche modo come una sorta di moderno Ulisse, intriso però di attualità e metalinguaggi.
John Doe è bello, è scaltro, talvolta è fortunato. Ha dalla sua il fatto di essere senza radici e di saper fare i conti con la propria coscienza. Eppure sta cambiando. La sua fuga lo sta cambiando.
Abbiamo chiesto a Lorenzo Bartoli e Roberto Recchioni, i suoi autori, di spiegarci come.
Com’è nata l’idea di John Doe?
John Doe nasce da una richiesta specifica dell’Eura per un personaggio singolo. Narra la leggenda che John Doe sia nato in una sera a casa di Lorenzo, seduti sulla veranda davanti a un piatto di spaghetti.
In realtà John Doe è stata la logica conclusione di un lungo lavoro che avevamo fatto precedentemente, e raccoglie tutta una serie di idee e riflessioni sulla Morte e sulla burocrazia, su un certo tipo di buonismo imperante che stavamo portando avanti parallelamente.
Il progetto ci è apparso del tutto naturale, e abbiamo impiegato davvero poco a delineare lo story-line dei primi episodi. In realtà inizialmente avevamo pensato all’idea di un vampiro surfista, che poi è stata riutilizzata nel personaggio di Tommy (John Doe n°16), poi ci siamo resi conto che le possibilità narrative erano alquanto limitate. Così è nato John Doe, una figura che ci permetteva di fare “i piccoli chimici” e giocare con i generi su una serie principalmente “on the road”.
Uno degli aspetti più divertenti di questo progetto è stato il fatto che abbia colpito in pochissimo tempo l’Eura, che lo ha promosso in poco più di un quarto d’ora: il fatto che la casa editrice abbia compreso quali potessero essere le potenzialità di questo fumetto e ci abbia lasciato carta bianca sul suo sviluppo è stato per noi motivo di grande soddisfazione. La libertà creativa che ci ha lasciato l’Eura è stata impressionante e un personaggio del genere richiede la complicità della casa editrice,in quanto i nostri soggetti richiedono una carica di non canonicità.
Dal momento in cui abbiamo delineato la struttura base dei personaggi, il lavoro più importante è stato quello della scelta dei disegnatori, che abbiamo cercato tra giovani talenti. In particolare la scelta più ardua è stata quella di affidare il numero uno, che in qualche modo è il biglietto da visita di una nuova serie, a Emiliano Mammuccari, anche se poi ogni disegnatoreè riuscito ad arricchire il mondo iconografico di John Doe con il proprio tratto e la propria sensibilità.
D’altronde è assolutamente necessario lavorare con più disegnatori insieme, dal momento che noi impieghiamo circa due mesi per ogni sceneggiatura, mentre i disegnatori impiegano dai quattro ai dodici mesi per completare il loro lavoro.
Nella sua corsa John incontra e si scontra con entità metafisiche costrette nel limite degli avatar. Quale sviluppo narrativo ha permesso l’utilizzo di queste figure? Qual è il limite e la potenzialità delle Entità?
Nel momento in cui ci si mette a scrivere qualcosa, inevitabilmente si ripropone il mondo concettuale cui si attinge quotidianamente. L’idea di lavorare su entità estranee a questo mondo, dei o entità, non è del tutto originale: lo ha fatto Castelli, ne ha parlato Sclavi anche meglio di noi.
Ma noi siamo fautori della non originalità, motivo per il quale non credo sia necessario cercare di fare qualcosa di straordinariamente nuovo.
La questione perciò non è tanto nella materia che si racconta, ma nel modo in cui questa materia viene raccontata.
L’idea delle entità sicuramente ha suscitato interesse. Dopo i primi numeri molti lettori ci hanno domandato come sarebbe continuato la vicenda e soprattutto, per esempio, come mai la morte, un’entità metafisicanon potesse essere in grado di trovare John Doe. Chi ha avuto la pazienza di aspettare ha scoperto che le entità sono in corpi fisici, e che da questi corpi sono stati in qualche modo corrotti.
Il problema è che quando si crea un mondo in cui tutto può accadere, è anche necessario inserire delle regole affinché sia possibile stabilire dei limiti e, volendo, superarli.
Una delle regole che abbiamo scritto per John Doe è che ci sono alcune entità, Morte e i Cavalieri dell’Apocalisse, Tempo, Fato, le Alte Sfere che interagiscono con i personaggi umani di questa serie. Ma questi dei sono estremamente mortali e sono pieni di passione, e rispecchiano in parte i nostri interessi di autori. È un modo molto semplice per incarnare i difetti degli umani, più forse degli umani stessi.
Come cambia un uomo a contatto con una realtà insieme concreta e metafisica come quella di John Doe?
Più interessante è stato il lavoro contrario, quello dell’essere umano che si scontra con la trascendenza, con il diventare divino. John Doe da una parte ha una deontologia professionale rigida, dall’altra sente la necessità di ricomporre nella sua testa quello che si trova ad affrontare quotidianamente, in modo da poterlo gestire. Questa è una tematica che fino ad adesso abbiamo sfiorato senza mai approfondire, ma che, lentamente sarà sempre più approfondita, in particolare quando John dovrà affrontare davvero l’universo e quello che c’è oltre. Questa sfida sarà indice anche di un mutamento profondo nel sentire del nostro personaggio, che mano a mano che si allontana dall’ottica di Morte modifica le sue caratteristiche, rendendosi più o meno piacevole agli occhi del lettore. Non cerchiamo un personaggio che piaccia a tutti.
D'altronde JD è un personaggio antipatico, pieno di egoismi , ma è comunque un personaggio trasversale, che non è fa riferimento a un cliché ben definito, positivo o negativo come tanti altri, che possono essere esemplari ma diventano monotematici. Un lucido esempio di questa tipologia di personaggio è Christian, uno dei due dottori della serie Nip/Tuck: è egoista, cattivo, egocentrico, antipatico. Praticamente è l’anticristo.
Noi abbiamo voluto dare a John Doe il tempo per la riflessione e la metamorfosi. John Doe tocca tutte le corde, cresce e cambia, può essere anche incoerente con se stesso.
John si presenta come un eroe un po’ fuori dagli schemi, assolutamente privo della monoliticità e del buonismo che caratterizza molti personaggi dei fumetti, ma lontano anche dallo schema dell’antieroe che ne contraddistingue altri, John sa essere anche spregiudicato e talvolta appare amorale.
Come state procedendo nello studio di questo personaggio?
Al momento stiamo sviluppando l’arco narrativo del 3 anno, anche se Recchioni tende a occuparsi della serie regolare, e Bartoli invece di quello settimanale su Storpio, che racconta il passato di John alla Trapassati inc. la holding finanziaria fondata da Morte e i Cavalieri dell’Apocalisse.
Abbiamo riscontrato delle difficoltà nello scrivere la parte che riguarda la vita di John quando lavorava per Morte perché ci siamo resi conto che, durante quei 10 anni, il nostro personaggio è stato al servizio di una volontà più alta, perciò doveva essere amorale e acritico, senza però scivolare nell’immorale. Lavorare per la morte di per sé non è una cosa negativa, in quanto la morte è parte della vita. Morire nel modo e nel momento che le Alte Sfere hanno deciso per noivuol dire morire secondo natura. Morte gioca sporco solo nel momento in cui bara: d’altronde se è compito di Morte prendersi un bambino perché questo è il suo destino e se John organizza tale decesso, non fa nulla di più di quello che deve fare. Certo, ci siamo resi conto che è difficile entrare in quest’ottica, ma è anche vero che il fatto di trattare della fine del tutto, ci ha permesso di optare per una commedia agrodolce o lo sviluppo di una trama dura giustificata dal controfinale. Questo non vuol dire che John sia “morbido”, è un personaggio “on the road” che deve sempre attraversare un fiume e nel fiume c’è sempre un po’ di fango e qualche foglia, ma la ricerca della sua umanità perduta, per così dire, non è quella dell’eroe classico. La bontà non è una prerogativa fondamentale di John Doe, e questo lo differenzia da molti altri eroi totalmente positivi, indebolendolo però come prodotto commerciale sui grandi numeri in quanto, nonostante tutto, la maggior parte dei lettori vuole l’eroe venato di tristezza
Nel momento in cui, per motivi storici, politici o quant’altro c’è un grosso ritorno alla figura dell’eroe, tradizionale, John Doe si pone come una sorta di novello Ulisse, che a ben vedere è un eroe più tormentato e meno schematico, ma forse l’unico modello di eroe che è ancora moderno.
John Doe è un personaggio in fuga, ma la strada diventa anche un luogo narrativo, metafora.
Perché la fuga, perché la strada?
La fuga di John è a tempo: nel numero 24 finirà il secondo arco narrativo e con esso finirà anche la sua fuga e si chiuderà quella che si può definire la prima stagione. Quello che ci interessa come autori non è il singolo numero ma la bontà di tutto l’arco narrativo.
La fuga, la ricerca della Falce di Morte, terminerà con un sostanziale rovesciamento della parti e sarà John a dover inseguire qualcos’altro. Ma al di là delle diverse tematiche che affronteremo, la diversità sostanziale sarà nel modo in cui ci porremo di fronte al pubblico.
Siamo piuttosto soddisfatti del lavoro svolto nei primi 24 numeri, eccettuato qualche attimo di vuoto, ma ci siamo resi conto che spesso tendiamo ad essere troppo autoreferenziali.
Per esempio nel numero 10 il protagonista è un comico americano. Bartoli, nello scrivere la sceneggiaturaha cercato delle battute che non facessero ridere, in quanto spesso le battute dei comici americani non ci fanno ridere ma non tutti hanno compreso questo sforzo. Talvolta scendiamo troppo nel metalinguaggio.
Il problema sostanziale nasce dal fatto che talvolta il lettore non riesce a capire l’intenzione dell’autore: nella seconda serie stiamo cercando di scrivere in modo più diretto.
Nelle nostre intenzioni John Doe doveva essere un fumetto popolare, invece è diventato un fumetto indirizzato a un certo pubblico, ma è riuscito a mantenere uno standard qualitativo piuttosto alto. Certo il successo di pubblico è importante, perché ci permette di andare avanti, ma in ogni caso reputiamo sia importante cercare di mantenere un livello alto, un prodotto che racchiuda le cose che ci piace leggere e cercare di trasmettere. Abbiamo tentato di creare un prodotto popolare e di alto livello, come “Il Conte di Montecristo”, tanto per intenderci. Non ci siamo riusciti, ma siamo comunque soddisfatti del nostro lavoro e crediamo che rimarremo fedeli all’identità di John.
Come vi ponete come autori nei confronti della scrittura? Scrivete per il piacere di scrivere o vi ponete degli obiettivi di comunicazione particolari, cercando magari di affrontare tematiche a voi care, di suscitare opinioni e riflessioni nei vostri lettori?
Uno degli scrittori preferiti di Recchioni è Richard Matheson che diceva che nel momento in cui uno scrittore si mettevadietro a una scrivania pensando di essere simbolico avrebbe sbagliato tutto. In realtà poi molti personaggi di Madison sono simbolici, ma hanno un’onestà intellettuale che gli impedisce di porsi di fronte al lettore con l’intenzione di insegnare qualcosa.
Allo stesso modo John Doe può essere letto a vari livelli: anche se non abbiamo mai pensato di scrivere qualcosa con un secondo fine, è normale che nella scrittura traspaia l’idea politica di chi scrive, la sua interpretazione della quotidianità. Si può dire invece che alcuni personaggi divengano dei veri e propri portavoce dell’autore.
Un altro aspetto interessante della scrittura è quello di tendere dei tranelli al lettore, impostando una storia su due livelli, uno più evidente e uno più nascosto. Un esempio di questo è stato il numero su Guerra, nel quale in apparenza si parla di armi, di violenza,riflessioni sul fatto che chi possiede una pistola prima o poi sparerà. In realtà però quell’episodio è una lunga constatazione sulla difficoltà di fare dei progetti.
È interessante prendere un binario che canonicamente viene interpretato in un modo e usare dei registri narrativi e metterci un’altra voce, un’altra tonalità. A volte ci riusciamo a volte no.
Come vi dividete il lavoro?
A parte le due serie, quella mensile e quella settimanale, ognuno dei due legge e edita il lavoro dell’altro. Poi c’è un elemento che influisce moltissimo sia positivamente che negativamente sulla riuscita di un episodio ed è il disegnatore. Roberto, che è anche un disegnatore, riesce a supervisionare anche l’aspetto grafico, Lorenzo un po’ meno, ma in ogni caso il pericolo che un disegnatore travisi completamente le nostre intenzioni, magari anche migliorando il prodotto originale, c’è sempre.
Un discorso a parte si deve fare per le copertine di Carnevale, che sono forse il miglior biglietto da visita che c’è in edicola. Carnevale è evocativo, potente, leggero, forse è il miglior copertinista che abbia mai visto.
In generale comunque Lorenzo si occupa più della microstoria, mentre Roberto ha una visione più generale dello sviluppo verticale della storia, anche per la sua passione per i telefilm, che sono importanti per lo studio della continuity. Lorenzo funziona meglio sull’intuizione delle singole scene, per il resto credo che ci integriamo bene a vicenda.
John Doe, come molti fumetti monografici è caratterizzato da un’alternanza dei disegnatori, alcuni di più facile leggibilità, altri più sofisticati, in questo caso tutti molto giovani. Non temete che la differenza tra i vari disegnatori possa in qualche modo andare a minare l’unità di un prodotto?
La disparità della qualità dei disegnatori è sintomatica. Ogni casa editrice che mette in edicola un fumetto vorrebbe avere un disegnatore solo per ogni collana, o dei cloni perfetti. Se prendiamo il caso di un autore come Gomez, per esempio, anche lui ha riscontrato non poche difficoltà a farsi apprezzare dai lettori di Dago, abituati alla matita di Salinas.
Il problema sta soprattutto nel fatto che non tutti i disegnatori hanno la stessa leggibilità, che non è indice di bravura ma riguarda solo lo stile dell’artista, perciò talvolta il lettore può trovarsi nella difficoltà di decodificare la tavola e quindi apprezzare il disegno.
Noi abbiamo tentato di riproporre il lavoro che ha fatto Sclavi con i primi 70 numeri di Dylan Dog, in cui ogni disegnatore metteva del suo per la caratterizzazione del personaggio. Ma anche in quel caso, per esempio, il passaggio da Stano a Trigo è stato sconvolgente.
Non ho mai conosciuto un singolo lettore al quale siano piaciuti tutti i disegnatori, ma questo è un fatto influenzato maggiormente dal gusto personale del lettore che dall’abilità oggettiva del disegnatore.
Abbiamo cercato anche di adattare lo stile dei disegnatori alle tipologie delle storie raccontate, ottenendo dei risultati più che soddisfacenti.
D’altronde questa è stata una possibilità offerta dalla materia, che è molteplice e variegata e dalla diversità dei disegnatori stessi, che provengono da scuole diverse, da quella giapponese a quella argentina, anche se, tutto sommato, l’autrice che ha accolto i maggiori consensi è la Barletta, il cui stile spicca per leggibilità e ricorda da vicino il canone bonelliano.
In ogni caso il problema che abbiamo dovuto affrontare è stato quello di trovare un giusto equilibro tra leggibilità e originalità, sfruttando in questo senso l’esperienza di Napoli Ground Zero, che è stata probabilmente l’esperienza più formativa per entrambi prima di John Doe, ma anche la prova generale di un fumetto che avesse un buon impatto sul pubblico e una grande libertà creativa, grazie alla totale disponibilità dell’Eura.
John Doe è un fumetto ricco di citazioni, di riferimenti. Qual è la funzione della citazione?
Certamente anche John Doe è un fumetto di nicchia, in quanto il fumetto popolare si aggira su tirature assai più alte, però funziona bene. Funzione e appassiona anche perché il pubblico che lo legge riesce a ritrovare i propri riferimenti culturali, sente toccare dei tasti che reputava soltanto suoi.
Premesso il fatto che c’è citazione e citazione, secondo noi la citazione è una specie di omaggio all’opera originale, un modo elegante per palesare un tributo all’opera che ha amato, è anche vero che la citazione è un gioco che unisce in qualche modo il lettore e l’autore, una condivisione di interessi, un gioco per esempio utilizzato moltissimo anche in Dylan Dog, anche se in quel caso, la forchetta dei riferimenti è molto più ampia.
Sclavi è probabilmente il più grande sceneggiatore italiano, ed è riuscito a creare un personaggio popolare che è riuscito a toccare qualsiasi tipo di tematiche, a scardinare la narrazione, in cui ogni numero è un piccolo universo a se stante. Inoltre non si può sottovalutare l’importanza dell’avvento dell’ironia e l’ironia, che costituisce una delle chiavi dell’originalità di Dylan e ne fa il punto massimo del fumetto italiano.
La maggior parte dei fumetti “tradizionali” è studiata a tavolino ed è piena di schemi e di strutture che vengono messe all’opera coscientemente e in modo da andare incontro ai gusti del grande pubblico. John Doe in questo senso è diverso, perché la struttura di John Doe è un contenitore vuoto in cui rovesciamo noi stessi. Il nostro fumetto è pieno di noi e parla di noi per come siamo, simpatici o antipatici intelligenti o egoisti, ma in fondo, più di tutte le altre cose, veri e autentici, come il nostro John.
(Pubblicato sul numero 26, Maggio-Agosto 2005 della rivista Orizzonti, proprietà intelletuale Flavia Weisghizzi )