DONNE E SCRITTURA
La mancanza di un canone di scrittura femminile in Occidente.
Uno sguardo d’insieme
Quella del canone femminile non è una problematica sterile e priva di fondamento.
Qui non si vuole discutere sulle caratteristiche della scrittura femminile, o sulla capacità delle scrittrici, delle critiche e in generale delle artiste di elaborare un linguaggio che sia eminentemente femminile.
Questo breve saggio parte invece da una amara considerazione: le donne che nell’ultimo secolo si sono approcciate alla scrittura, lo hanno fatto cercando di ritagliarsi una spazio in un ambito prettamente maschile e fortemente misogino e confrontandosi con una produzione che è esclusivamente maschile.
La scrittura femminile perciò, manca di una tradizione, di un canone appunto, di una serie di modelli che hanno seguito l’evoluzione del pensiero, come è accaduto invece per quelli maschili.
Nella storia della letteratura, così come delle arti in genere, la presenza femminile è stata minima e quel minimo che pure è presente è stato come cancellato dai manuali.
Se Artemisia Gentileschi alla fine è riuscita ad avere il suo riscatto, personaggi come Vittoria Colonna, oscurata perfino dai versi di Michelangelo, stentano ancora a trovare posto nelle storie delle letterature.
Nel frattempo però, negli ultimi cento anni, a partire se vogliamo da Emily Dickinson, e senza allontanarci dall’Italia da Sibilla Aleramo, con il progredire della consapevolezza del proprio ruolo sociale, l’aumento della alfabetizzazione e in generale con l’acquisizione di alcuni diritti civili, le donne hanno cominciato ad imporsi anche nell’ambito letterario, riuscendo a ritagliarsi spazi sempre più importanti. Il fatto che il libro che ha stracciato tutti i record di vendite degli ultimi anni, finendo ben tre volte nel Guinness dei primati sia stato scritto da una donna, sarà pure significativo.
Ovviamente si sta parlando della saga di Harry Potter, nata dalla fertile mente di J.K. Rowling, la donna che grazie alla originalità della sua scrittura è diventata la donna più ricca d’Inghilterra.
Ma nonostante il valore che le donne hanno dimostrato di meritare “sul campo”, la scrittura femminile non ha alcuna possibilità di confrontarsi con se stessa.
La lunga tradizione della scrittura maschile, nei secoli, si è andata modificando mantenendo però quel valore di “precedente”: in una ipotetica linea che collegasse l’opera omnia della scrittura europea, il primo e l’ultimo autore si troverebbero legati da un concetto evolutivo che è andato di pari passo con i cambiamenti materiali e spirituali dell’uomo.
La scrittura femminile invece, si affaccia nel mondo appena nata, priva di tradizione, priva di possibilità di fare tesoro delle esperienze delle altre.
Il risultato di questo stato di fatto è il breve spazio che la letteratura femminile riesce ad ottenere, diventando genere, in particolare romanzo d’amore oppure adeguandosi agli stilemi classici e ricalcando l’opera maschile.
Un’autrice come Patricia Cornwell ad esempio, pur acclamata dal pubblico, non sembra riuscire ad imporre una formula narrativa indipendente dalla scuola americana cui fa costante riferimento.
Con ciò non si vuole ovviamente negare la presenza di autrici valide ed originali, l’ardita scelta stilistica della Mazzantini, l’intraprendenza della Mazzucco, il coraggioso approccio della Jelinek (premiato infatti dal Nobel) ma è necessario sottolineare che tali esperimenti narrativi costituiscono l’eccezionalità e non la regola e forse la regola la stanno lentamente scrivendo.
La poesia come punto di inizio
Eppure in questa profonda pervasione della scrittura maschile, c’è un ambito in cui le donne sono riuscite ad affermare la loro identità, ed è quello della poesia.
Le motivazioni sono molteplici ma una possibile chiave di lettura potrebbe essere il fatto chela poesia è per sua natura legata a processiimmediati: l’appercezione viene trasferita sulla carta a seguito di un processo di elevazione della realtà che non viene percepita come fatto oggettivo ma come esperienza sensibile.
La poesia è nell’occhio di chi osserva, nella capacità istintiva di lasciarsi investire dall’emozionalità per poi farne emozione.
L’ispirazione è quanto di più lontano dal canone apollineo, e il dionisiaco, si sa, è donna.
Numerosi studi scientifici sul funzionamento del cervello maschile e femminile,hanno messo in luce, tra l’altro, il fatto che le donne tendono a coinvolgere nell’attività verbale un’area molto più ampia di corteccia celebrale, il che sembra essere connesso a una comprensione generalmente maggiore delle implicazioni sociali della realtà.
L’altro aspetto esiziale della natura femminile è quello di essere profondamente analitica, che si esplica nella tendenza a frammentare la realtà e a guardarla a partire dai suoi elementi fondanti.
Se l’uomo volge il suo sguardo verso l’universale e scende al particolare secondo un processo deduttivo quindi, la donna ascende alla totalità attraverso un processo induttivo che inizia dal particolare fino a raggiungere l’universale.
Questo processo trova una banale ma significativa conferma, nei rapporti reciproci: una donna facilmente dirà che un uomo ha belle mani, o begli occhi, un uomo dirà tendenzialmente che una donna è bella.
La poesia, ed in particolare la poesia degli ultimi anni, dopo la poesia politica e lapoesia sperimentale degli anni ’70, sembra aver riscoperto la dimensione dell’intimo, una poesia che è sempre stata considerata “minore”, sostenuta anche dalla frammentarietà e molteplicità conseguenti al quel fenomeno prettamente post-moderno che è la caduta dei generi letterari.
Senza discutere sui rischi che la scrittura corre in un’epoca di cultura massificata, si possono invece prendere in considerazione le potenzialità di tale fenomeno.
La riscoperta della dimensione privata, l’oralità, il valore universale dell’esperienza individuale, la sessualità, la carnalità sembrano essere i temi che attraversano trasversalmente tanto la società occidentale che la poesia.
Probabilmente non è un caso che una delle voci più significative a livello mondiale della poesia contemporanea, sia quella di Tracy Splinter, la giovane sudafricana naturalizzata tedesca, le cui performance e le cui capacità comunicative l’hanno resa una portabandiera del movimento dello Slam Poetry .
D’altronde la Splinter sembra racchiudere in sé la direzione della nuova poesia contemporanea, il multiculturalismo, il meticciato sociale, il nomadismo intellettuale, l’oralità con la sua attenzione verso l’aspetto più propriamente sonoro, la comunicazione verbale e corporea.
L’importanza del fenomeno dell’oralità, della poesia detta più che letta, la fruizione dll’opera direttamente dalla voce del poeta, richiama fortemente quanto si è detto sulla diversa capacità di amministrare la verbalità delle donne rispetto agli uomini, e la ricerca della scrittura di una nuova identità poetica sembra accompagnare la lotta delle donne per una nuova identità culturale.
Condizione sociale e produzione culturale
Quando qualche anno fa mi accostai alla poesia di Biancamaria Frabotta, ricordo di aver letto, prima ancora dei suoi versi, tale commento: “La poesia di Biancamaria Frabotta è sporca di sangue”.
L’autore di quel commento, accusava infatti la poetessa di aver macchiato col suo mestruo ogni pagina della sua raccolta.
Paradossalmente però, nessuno ha mai alzato la voce contro le pagine macchiate di sperma, anche quando l’allusione era più che velata: Jakson Pollock, nel 1943, nella sua opera “I guardiani del Segreto”, non teme di raffigurare due figure totemiche nell’atto della eiaculazione.
Qual è quindi il delitto che si può imputare alla Frabotta, come anche alla Merini, alla Nin, ecc? Quello di voler prendere una posizione attiva e soggettiva della propria sessualità.
È indubbio che la nostra società sia sempre stata e continui ad essere profondamente fallocentrica: il potere detenuto dagli uomini si tutela e si perpetua attraverso una sistematica esclusione dell’accesso alle donne nei ruoli chiave della società e il fatto che ad esempio i rettori di Università donne siano soltanto due in tutta Italia e il recente dibattito sulle quote rosa in Parlamento non può che confermare questo dato di fatto.
Ma c’è di più. Al di là delle difficoltà oggettive che le donne incontrano nel farsi strada nel mondo degli uomini, esse si portano dietro l’atavico preconcetto di essere costola d’Adamo.
Nei duemila anni di cultura cattolica in Europa, la società è stata ripetutamente sottoposta a una sistematico e reiterato tentativo di estromissione dalla vita del piacere finalizzato esclusivamente alle esigenze riproduttive.
Nel tentativo di cancellare i retaggi della cultura pagana precedente, sono stati stigmatizzati tutti quei rituali della fertilità legati alla terra che vedevano nel corpo e nella sessualità un elemento chiave della celebrazione religiosa e un pericoloso legame con il passato.
La croce celtica, simbolo dell’unione mistica tra uomo e donna si è trasformata nella croce cristiana, simbolo di morte e resurrezione.
La rinuncia al corpo e al piacere nel nome di una penitente morigeratezza è stato accompagnato dalla proposizione dei due modelli di donna, quello di Eva, la tentatrice, nata come parte del corpo adamitico e soggetta alla sua volontà e a quello di Maria, l’incarnazione della purezza, la vergine madre, e in questo due ruoli la donna è stata costretta, suo malgrado, a calarsi.
Beatrice e Francesca, Lucrezia Borgia e Giovanna d’Arco: la santa e la strega.
La donna diventa quindi motore immobile, un nobile eufemismo per indicare il suo valore di “mezzo”, di piacere, di riproduzione, di ascesa sociale: sono le nozze che spesso fanno i re, ma mai le regine, la donna viene comprata e venduta come merce di scambio.
L’impossibilità di avere accesso alla cultura, la completa dipendenza rispetto all’uomo, relegano la donna al ruolo di moglie, madre, talvolta amante.
Eppure anche le donne riorganizzano una propria cultura, fondandola sull’oralità e sulla trasmissione di antiche conoscenze tra madre e figlia, e lentamente approfondiscono il divario la i generi. Nel XVII secolo il fiorire di questa controcultura subisce un attacco straordinario con la nascita della Santa Inquisizione, che tenta di eradicare ogni focolaio di rivolta.
Sarà poi grazie agli uomini che le donne potranno finalmente uscire dall’ambito dell’invisibile, in particolare durante la Prima Guerra Mondiale: l’assenza degli uomini dai campi, dalle officine, dal focolare domestico spingerà le masse femminili ad appropriarsi di un ruolo nella società e la loro indipendenza darà il via a tutta una serie di movimenti per l’acquisizione dei diritti.
L’esempio di Cina e Giappone
L’influenza della Chiesa Romana sulla condizione femminile (di cui sta facendo negli ultimi anni parziale ammenda) si rivela ad esempio nel confronto con le aree europee che hanno abbracciato la Riforma, e la figura di Elisabetta I d’Inghilterra, colei che ha dato vita all’epoca d’oro della poesia inglese può essere in questo senso significativa. D’altronde la possibilità che il Protestantesimo offre alla donna di divenire Ministro della Chiesa, implica una uguaglianza sostanziale di diritti.
Per quanto riguarda invece il legame tra condizione sociale e produzione artistica, esso può trovare conforto nell’analisi dell’accesso alla scrittura delle donne appartenenti a società di tipo prevalentemente matriarcali come ad esempio quelle che hanno caratterizzato per secoli la Cina e il Giappone classico.
In Giappone, l’epoca d’oro della scrittura femminile si può far risalire al X secolo, quello che viene comunemente definito come il medio periodo Heian.
Durante quell’arco temporale la letteratura “degna” era quella scritta dagli uomini in Cinese, mentre la poesia in giapponese faceva riferimento a un sillabario mimetico della lingua parlata ed utilizzato in prevalenza dalle donne.
Scrivere in giapponese equivaleva a sondare la parte più privata dell’animo umano, quella che apparteneva esclusivamente alle donne.
La letteratura in giapponese constava prevalentemente di diari, racconti, poesie e ha dato adito alla produzione dei più importanti romanzi della letteratura classica.
Dietro a questo fiorire di produzioni letterarie vi era una società basata su un matriarcato che sanciva la fondamentale uguaglianza di diritti tra uomini e donne.
Anche in Cina l’insediarsi della dinastia dei Ming permise alle donne di avere un ruolo non subalterno a quello maschile: l’istruzione femminile si accrebbe e la poesia divenne in breve il genere per eccellenza di tutta la produzione scritta, maschile o femminile che fosse.
La cultura femminile manteneva però dei caratteri specifici e l’utilizzo di lingue e metri diversi da quelli presenti in quella maschile.
Successivamente al declino della dinastia Ming, tre secoli di dinastia Qing (i Manciù) hanno portato alla totale cancellazione della letteratura precedente, con un accanimento particolare per l’opera femminile.
La costruzione del canone
Detto questo i presupposti per una la costruzione di un canone devono trovare le proprie fondamenta nella scoperta e nell’esaltazione di quei caratteri propri della femminilità, di una femminilità riscoperta come valore imprescindibile e non antagonista alla virilità.
La prima e inderogabile tappa di questo processo deve ineluttabilmente passare attraverso un percorso di autodeterminazione, nel duplice senso di determinazione autonoma dei propri caratteri e di volontà di affermazione degli stessi.
Per poter giungere a questo passo è però assolutamente necessario rifiutare gli stereotipi del modello maschile per cercare di trovare nella propria individualità quegli elementi di assonanza e continuità nella collettività.
Nei secoli la donna ha acquisito la gestione della propria sessualità, imparando a piegarla per i propri fini:allo stesso modo dovrebbe imparare ad ampliare il raggio d’azione di tale sessualità facendola emergere nella scrittura.
Il corpo, la maternità, intesa ovviamente nella capacità di creazione e non di sola procreazione, la valorizzazione del proprio linguaggio precipuo, la ricerca di strutture formali originali, la costituzione insomma di uno sguardo distinto volto verso il mondo che sia peculiare pur nella specificità di ogni persona.
La presenza di pensiero forte come è sempre stato quello maschile ha provocato, come spesso accade in queste situazioni, l’affermazione di un principio manicheo di donna in opposizione a quello di uomo.
Ma la donna non è geometricamente complementare all’uomo, non è neppure diversa dall’uomo, è semplicemente altra, e nel concetto di alterità è compresa una differenza non priva di punti di contatto.
E per questo, affinché le donne riescano a costituire un proprio mondo di valori di riferimento, è assolutamente fondamentale disarticolare finalmente la sterile contrapposizione tra bene e male, tra bianco e nero, tra uomo e donna, e scavare nella propria specificità senza temere l’improponiblie confronto con la tradizione maschile.
(Pubblicato sulla rivista di Filosofia di Roma Tre "Babel", www.babelonline.net, proprietà letteraria Flavia Weisghizzi)